Tomba Brion 7 – Conclusioni

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(Carlo Scarpa, Tomba Brion, S.Vito d’Altivole, Treviso. La sorgente. Foto By Uromano (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons)

Di Paola Redemagni

“Ho voluto rendere il senso naturale del concetto di acqua e prato, di acqua e terra…”

Confesso. Tutto è cominciato qui. Quando mi sono trovata immersa nella bellezza e nella quiete della Tomba Brion ho pensato che fosse la risposta naturale ai Sepolcri del Foscolo.

E mi è venuta voglia di saperne di più, di sapere che cosa era successo fra l’una e gli altri, di sapere se i cimiteri – così bistrattati, banali, scontati – avessero invece una storia. È così straordinario questo luogo, che lo stesso Carlo Scarpa ci si è ritagliato un posto, sotto una pietra bianca, vegliato da un piccolo, personalissimo boschetto di cipressi.

Quello che Scarpa erige non è un santuario della morte ma un inno alla vita. Quella di Scarpa è la protesta contro il degrado di una condizione umana che strappa l’uomo alla terra e lo getta in un mondo artificiale, che si è costruito ma che non gli appartiene, che lo priva della propria morte e lo massifica in loculi di cemento.

La Tomba Brion è il tentativo di ricomporre la frattura creata dall’Editto napoleonico che ha separato i viventi dai loro defunti e li ha rinchiusi nella pietra, di restituire dignità alla morte: una dignità che sappia rendere all’uomo il senso della propria vita e della propria morte, accettata responsabilmente e serenamente. Una morte che trovi posto in uno spazio custode consapevole della memoria collettiva e della pietà umana.