Non sapete che colpita / d’atro morbo è la mia vita?

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(John Everett Millais, Ophelia. 1851 ca. Olio su tela. Tate Britain, Londra. [Public domain], via Wikimedia Commons)

Di Paola Redemagni

Fino al 1882 la tubercolosi gode di grande popolarità: non una minaccia ma, al contrario, una malattia affascinante associata a un ideale di bellezza femminile languido ed etereo e al concetto di sensibilità artistica.

C’è da chiedersi come sia possibile.

La malattia colpisce soprattutto i ceti più poveri, costretti a lavorare in fabbriche sovraffollate, con turni di lavoro massacranti e una dieta scarsa e povera che favorisce l’abbassamento delle difese immunitarie, e a vivere in condizioni igieniche precarie in abitazioni gremite e poco ventilate.

Fino agli anni Ottanta dell’Ottocento, infatti, la sua insorgenza è attribuita a fattori ereditari e non a contagio. Le sue vittime non fanno paura: sono incolpevoli.

A costruire il mito della tubercolosi contribuiscono soprattutto le classi alte: nobili, professionisti, artisti e scrittori. La sensibilità romantica con la sua attenzione alla transitorietà della giovinezza, alla morte prematura, alla caducità della vita, con la tensione alla spiritualità e all’ultraterreno, si sposa a meraviglia con questa patologia. Una patologia che consuma il fisico dall’interno, liberando l’anima dal pesante involucro del corpo e liberando le energie spirituali più poetiche e creative.

Tutti aspetti sottolineati ampiamente da scrittori, artisti e compositori come Thomas Mann, Victor Hugo, Alexandre Dumas, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, solo per citarne alcuni.

La realtà, naturalmente, è molto meno affascinante.

Non esistono cure; l’unico rimedio considerato efficace è intraprendere un viaggio verso climi più salutari: nei paesi mediterranei oppure in montagna, fino a Davos-Platz.

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(Bologna, cimitero della Certosa. Foto dell’autore)

Responsabile del contagio è un batterio che Robert Koch identifica nel 1882. La scoperta dell’origine contagiosa elimina ogni alone romantico: la tubercolosi diventa ora una patologia pericolosa, difficile da controllare e in grado di falcidiare intere generazioni, in un momento in cui la crescita demografica è considerata un elemento essenziale per la sopravvivenza nazionale.