Si ringrazia la Fondazione Arnaldo Pomodoro per la collaborazione.

(Urbino. Veduta prospettica del progetto per il nuovo cimitero di Urbino, 1973. Disegno realizzato da Dialmo Ferrari, matite colorate su carta, 50×70 cm. Fondazione Arnaldo Pomodoro, Archivio Arnaldo Pomodoro)
Di Paola Redemagni
Nel 2016 Milano ha festeggiato con una serie di iniziative i 90 anni dello scultore Arnaldo Pomodoro. Fra le mostre e i percorsi, uno era dedicato a 4 progetti visionari: il Simposio di Minoa a Marsala, la cantina Tenute Lunelli a Bevagna, il monumento di Pietrarubbia e il progetto per il nuovo Cimitero di Urbino.
Dei quattro progetti, solo quello di Urbino è rimasto allo stadio preparatorio: questa è la sua storia.
Nel 1964 il Comune di Urbino desidera ampliare sulla collina adiacente il cimitero di San Bernardino. Si tratta di un luogo particolarmente significativo per la città, perché ospita la chiesa costruita dall’architetto Francesco di Giorgio per i sepolcri del duca Federico da Montefeltro e della moglie ed accanto a cui si è poi sviluppata la necropoli ottocentesca.

(Urbino. Veduta dall’alto del progetto per il nuovo cimitero di Urbino, 1973. Disegno realizzato da Dialmo Ferrari, matite colorate su carta, 50×70 cm. Fondazione Arnaldo Pomodoro, Archivio Arnaldo Pomodoro)
Al bando di concorso, pubblicato quasi dieci anni dopo (1973), partecipano sei elaborati. Vince la soluzione presentata dagli architetti Carlo Trevisi, Lorenzino Cremonini, Marco Rossi, Tullio Zini e dallo scultore Arnaldo Pomodoro, coadiuvati dallo psicologo Paolo Bonaiuto.
L’idea centrale è quella del ritorno alla terra.
Il progetto prevede l’incisione nella collina di una grande croce dai contorni sfumati sul terreno. Per lo scultore marchigiano si tratta di un ritorno alle origini: la sua opera riproduce, in fondo, l’Appennino che, dilavato ed eroso dagli agenti atmosferici, si spacca mettendo a nudo una trama interna di stratificazioni tormentate.[1]
I percorsi interrati, realizzati in cemento colorato, raggiungono una profondità massima di cinque metri, per mantenerli esposti alla luce e al sole. La sepoltura avviene in loculi, tutti uguali fra loro: sono esplicitamente vietate cappelle private ed edicole. I fiori vengono lasciati direttamente sulla pietra o coltivati nel terreno. Una serie di rampe collega i percorsi interrati alla superficie della collina, trasformata in un parco aperto alla frequentazione della gente.
Quello che i progettisti desiderano creare è un ambiente sereno, fatto per i vivi: un luogo di pace e di silenzio interiore.
Il progetto supera la concezione tradizionale del cimitero, per collegarsi a modelli di culto più remoti: alle tombe rupestri, alle catacombe paleocristiane, all’etrusca Strada dei Morti. Giulio Carlo Argan lo definisce “’invenzione più significativa nella storia dell’arte dopo il monumento del Canova a Maria Cristina d’Austria, a Vienna”. [2]
Stabilita la localizzazione, vinto il concorso, stanziati i fondi, la realizzazione sembra imminente. Il progetto viene invece sepolto sotto una valanga di critiche che prima ne rinviano la realizzazione e poi la bloccano definitivamente.
[1] Cfr. Renato Barilli – “Le statue nel cassetto” in L’espresso, 10 giugno 1984.
[2] Giulio Carlo Argan – “Arnaldo Pomodoro: il tempo e la memoria”. 1978