Si ringrazia la Fondazione Arnaldo Pomodoro per la collaborazione.

(Arnaldo Pomodoro, Progetto per il nuovo cimitero di Urbino, 1973. Bronzo patinato, 20×152×177 cm. Fotografia di Antonia Mulas).
Di Paola Redemagni
Il progetto per il nuovo cimitero di Urbino ideato dallo scultore Arnaldo Pomodoro e dagli architetti C. Trevisi, L. Cremonini, M. Rossi, T. Zini e dallo psicologo P. Bonaiuto non vedrà mai la luce.
Gli si rimprovera innanzitutto il taglio della collina, una ferita che, secondo i detrattori, avrebbe irrimediabilmente deturpato il paesaggio; si deplora l’intervento moderno in un’area storica; si condannano la “laicità” e “l’ateismo” di un complesso che elimina dalle sepolture ogni disparità di ordine economico e sociale.
Tuttavia il progetto, benché non attuato, rinnova radicalmente tutta la tipologia cimiteriale.
Nel colle dolcemente incurvato si apre una crepa in cui riposano i morti; la terra si apre per conservare nel proprio grembo, in vista del ritorno futuro, vite già vissute. La natura riceve gli spiriti dei propri cari e diventa la dimora delle memorie umane: il cimitero si trasforma in un atto di pietà collettiva.
La collina aperta dal grande solco a croce si sarebbe trasformata da elemento naturale in simbolo della Terra che eleva al cielo la sua preghiera di misericordia per i defunti e per gli uomini tutti.

(Arnaldo Pomodoro, Progetto per il nuovo cimitero di Urbino, 1973. Bronzo patinato, 20×152×177 cm. Fotografia di Antonia Mulas).
Accettare una nuova tipologia significava rinunciare all’immagine tradizionale del cimitero, fatta di vialetti di ghiaia, di fiori e di lumini, di edicole e di monumenti: una tradizione rassicurante, che non incute paura.
Forse, allora, il timore inconfessato che determina il rifiuto di ogni possibile realizzazione è quello di veder sparire, insieme all’idea del cimitero ottocentesco, anche quella di una morte ingabbiata in una rete di relazioni e di rimandi culturali che ne sminuiscono il potenziale distruttivo, riconducendolo ad una tradizione rassicurante e proteggendo in tal modo la comunità.
Eliminare l’immagine tradizionale del cimitero significherebbe, allora, eliminare l’unico baluardo culturale che allontana la morte e la rende inoffensiva, rischiando di restituirle tutta la forza dirompente della sua distruttività.