
(Luis Sepùlveda – Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa. 2018, Guanda, Milano ).
Di Paola Redemagni
“In una notte di luna piena e alta marea sentii i lamenti, la tristezza dei lafkenche, e vidi un gruppo che trasportava il corpo di un morto verso la riva. Lo lasciarono là col viso rivolto al cielo, le braccia aperte, e in ogni mano cinque pietre che riflettevano il bagliore della luna e delle stelle. <<Trempulkawe!>> chiamarono rivolti alle ombre del vicino bosco e poi si ritirarono. Quando anche l’ultimo fu scomparso dentro la sua casa, dal fitto degli alberi spuntarono quattro vecchie e si avviarono verso la spiaggia… una volta accanto al morto, gli tolsero vociando le pietre luccicanti dalle mani; una entrò svelta in acqua, si tuffò e di lì a poco emerse una balena piccola e scura, simile a una balena pilota, che si avvicinò alla riva dove le tre vecchie le caricarono sul dorso il corpo del morto. Subito dopo si tuffarono anche loro, e così le quattro balene avanzarono verso l’isola a filo d’acqua, frustando la superficie con la coda e mandando in frantumi il riflesso della luna sul mare”. (Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa. 2018, Guanda, Milano, p.55-56 ).
Luis Sepùlveda ci ha lasciato a soli 70 anni ma se la vita bene spesa lunga è [1], ha vissuto a lungo: è stato romanziere, socialista impegnato, amico di Salvador Allende, oppositore del regime dittatoriale cileno di Augusto Pinochet, attivista di Greenpeace, difensore delle minoranze.
È universalmente conosciuto per Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare ma oggi lo voglio ricordare attraverso la sua ultima favola: Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, liberamente ispirata agli stessi fatti storici che ispirarono anche Herman Melville e il suo Moby Dick.
È il racconto immaginato dietro Moby Dick: quello dell’odio che divide la grande balena bianca e gli uomini profanatori della natura e irrispettosi del Sacro. Perché “l’occhio della balena registra da lontano ciò che vede negli uomini. Custodisce segreti che noi non dobbiamo conoscere” (Plinio il Vecchio).
Al giovane capodoglio bianco Mocha Dick è affidata la sicurezza delle quattro balene magiche che vegliano sulla Gente del Mare: di giorno hanno le sembianze di anziane donne. Ma quando qualcuno muore, si trasformano in cetacei: a loro viene affidato il defunto, per essere accompagnato all’Isola Mocha. Qui, disfatasi del corpo, l’anima resterà ad attendere gli altri lafkenche, in compagnia degli antenati che l’hanno preceduta.
L’isola è il luogo in cui tutta la Gente del Mare si riunirà prima di compiere, a dorso di balena, il grande viaggio verso un luogo posto oltre l’orizzonte, dove gli invasori non potranno mai arrivare: l’isola dove il tempo non scorre, il paese della morte, la terra al di là del mare come Avalon nelle leggende celtiche e nei romanzi arturiani (vedi anche: Tomba Brion 4 – Avalon).
Ma l’avidità degli uomini sterminerà le balene magiche durante il loro impegno, vanificando il sogno di eternità della Gente di Mare e scatenando la vendetta di Mocha Dick contro i profanatori.
Viaggiatore instancabile per terra, per mare e nella fantasia, Luis Sepulveda è partito per il suo ultimo viaggio, verso l’isola dei lafkenche. Viaggia sereno, i tuoi romanzi resteranno a farci compagnia.
[1] Leonardo da Vinci