
(Milano, Cimitero Monumentale. Foto di Marco Ragaini)
Di Paola Redemagni
Uno. Esterno notte. Una colonna di mezzi militari attraversa Bergamo. I più ottimisti pensano che sia l’esercito arrivato per dare un rinforzo nei giorni più difficili del contagio. Solo il giorno dopo si scoprirà la vera missione di quel lungo corteo funebre.
Due. La signora guarda sconsolata la catena che chiude il cancello del cimitero. “Fino ad oggi non ero mai mancata un giorno” sussurra.
Tre. “Chiamano per sapere dove abbiamo messo i loro cari, perché non hanno potuto essere presenti. Ma noi abbiamo preso nota di tutto così, quando i cimiteri riapriranno, potranno trovarli” dice l’impresario delle pompe funebri al cronista, con le lacrime agli occhi.
Non è stato possibile fare finta di nulla: in maniera imprevista e inaspettata, dopo oltre due secoli di rigorosa separazione, i cimiteri hanno trovato di nuovo un ruolo collettivo.
A partire dal 1804 erano stati estromessi dal tessuto urbano dagli editti napoleonici e relegati in periferia, lontano dagli occhi e dal cuore. E questa separazione aveva spezzato un legame più che millenario, che aveva sempre visto i cimiteri partecipare della vita quotidiana delle città e della popolazione, almeno a partire dal basso Medioevo. Fino a quel momento, infatti, nessuno aveva condannato come anomalo il rapporto di quotidianità che legava città e cimitero, con caratteristiche di familiarità tale che noi, oggi, stenteremmo a comprendere. Fino alla metà del 18° secolo, infatti, il cimitero non è soltanto il luogo in cui si seppellisce: è luogo di incontro, di passeggio, di affari, perfino di festeggiamenti, dove si rendono partecipi i morti degli avvenimenti, ordinari e straordinari, della comunità. Ospita tutte quelle manifestazioni che, per un eccesso di partecipazione, la chiesa non è in grado di contenere: prediche, processioni, pellegrinaggi, ricorrenze, processi, fiere e mercati. Ma anche la trebbiatura del grano, il pascolo del bestiame, l’asciugatura dei panni, il gioco delle bocce.
L’espulsione dei morti dal perimetro dell’abitato decreta la fine della cosiddetta “morte addomesticata”: l’esperienza quotidiana comune a tutti gli uomini, che ripartisce il dolore del lutto sull’intera comunità.
A partire dall’Ottocento il cimitero viene visto soprattutto come un problema di pura funzionalità, da regolamentare e gestire in maniera asettica e il lutto perde progressivamente solidarietà e ampiezza sociale per distribuirsi su di un numero limitato di persone: la famiglia, i parenti, gli amici più prossimi, lasciati soli con il loro dolore.
Ma questa volta non si ragiona col cervello, questa volta di ragiona col cuore. E i cimiteri ritrovano il loro valore di fronte al disagio profondo che deriva dall’impotenza di dare un ultimo saluto ai propri cari, all’idea di lasciare soli quelli che amiamo. Perché esiste in ogni società, presso qualsiasi popolazione, una religiosità profonda che supera le singole etichette culturali, un’aspirazione alla trascendenza che permane anche là dove le pratiche della religione si sono indebolite.
E così il cimitero torna ad essere il luogo dell’incontro, dove mantenere viva la relazione affettiva fra i defunti e i loro cari: l’altra città, dove chi ci ha preceduto continua un’esistenza silenziosa, che non interrompe la continuità degli affetti; il luogo dove trovare consolazione e tramandare la memoria del singolo e della comunità.
Parlare dei cimiteri allora significa parlare degli uomini che li hanno costruiti.
Perché ogni cimitero, anche il più piccolo, anche il più povero è espressione autentica della cultura di un luogo e rappresenta non soltanto la società che lo ha costruito ma anche le sue aspirazioni, l’immagine che di sé essa intende consegnare al futuro, alla memoria, al tempo.