Una prece, una lacrima

di Paola Redemagni

Se ti dà l’animo /D’andar pe’ chiostri / Contando i tumuli /Degli avi nostri,

vedrai l’immagine /di quattro o sei / chiusi per grazia / ne’ mausolei.

(Giuseppe Giusti – Il Mementomo, 1841)

Il sacerdote Antonio Malori fu sicuramente un esempio di pietà ma gli esecutori testamentari ne hanno apprezzato soprattutto l’eredità tanto da essere, in quest’ordine, prima grati e poi dolenti per la sua dipartita.

Giuseppe Malpeli fu un padre di famiglia operoso però, per quanto lo compiangano, la moglie e i figli non possono fare a meno di ricordare quanto in vita fosse risparmiero.

L’artigliere da montagna Ettore Montini sarà anche stato rigido esecutore del dovere ma a transitare da quel difficile passo montano è stato proprio costretto e forse ne avrebbe fatto volentieri a meno. Storie di coraggio, di amore e di disperazione riassunte nel breve spazio di un’epigrafe.

Più che i fatti reali, contano i modelli ideali: le lapidi divengono altrettanti specchi di pietra che rimandano l’immagine che l’intera collettività intende tramandare.

Si costituisce uno standard di valori comuni, che si ripete con regolarità, il volto condiviso del ricordo: gli sposi sono affettuosi o desolati, le madri diligenti, le vedove inconsolabili, i commercianti onesti, i cittadini operosi, i morbi inesorabili, i pargoletti teneri, i malati rassegnati, i parenti afflitti. Un’epigrafia italiana nuova, espressione per la maggior parte della nuova classe borghese.

L’arte funeraria si arricchisce di elementi inediti, nella figura come nella scrittura: dettagli minuziosi che inducono gli scultori a riprodurre con puntigliosità il ritratto del defunto e dei suoi congiunti; a replicarne le vesti, l’acconciatura, i dettagli, con risultati di eccellenza tali da trasformare i cimiteri ottocenteschi in gallerie d’arte, producendo l’illusione straordinaria – e un po’ inquietante – di trovarsi direttamente al cospetto degli antenati di oltre un secolo fa, viaggiatori in qualche macchina del tempo. Sono al contempo virtuosismi dell’artista e segni distintivi cui affidare l’immediata riconoscibilità del singolo, all’interno di un complesso affollato di figure simili.

(MIlano, Cimitero Monumentale. Edoardo Tabacchi – Tomba Omodeo, 1876, 1930. Particolare. Foto dell’autore)

Il cimitero ottocentesco può così essere interpretato come una partitura a più voci, un grande palcoscenico in cui ognuno recita con consapevolezza la propria parte, in una grande rappresentazione collettiva che celebra virtù pubbliche e private. Ritratti insieme veritieri e falsi approntati a uso dei posteri.

Ho trascritto oltre 300 epigrafi in 10 cimiteri storici rappresentativi di realtà locali diverse (Bologna, Brescia, Genova, Milano, Parma, Pisa, Roma, Torino, Verona, Venezia), comprese fra il 1804 – anno di promulgazione dell’editto di S.Cloud – e il 1918, termine del Primo conflitto mondiale e della lunga esperienza ottocentesca.

Le loro voci compongono un mosaico variegato che racconta la mentalità, gli stili di vita e le consuetudini della nuova classe borghese in cerca di una propria identità. Nasce il nuovo modello di italiano: galantuomo, cattolico, padre di famiglia, lavoratore. Intraprendenza e valore personale consentono anche a chi non possiede origini nobili di occupare il proprio posto nella società nuova.

Dal chiuso delle mura domestiche, le donne incarnano i valori fondamentali della società, a difesa della pace e dell’ordine sociale: dirigendo la casa, educando i figli, amministrando la famiglia. Esempi di virtù e di rassegnazione, il cui impegno non si esaurisce neppure dopo la morte.

Conosciamo l’epopea risorgimentale, gli eroismi garibaldini, la lunga battaglia verso la conquista della cremazione, il mito del progresso votato al miglioramento della vita e il suo volto più tragico.

Allora, quella raccontata qui “non è tanto una storia di defunti e di morte, quanto piuttosto una storia di viventi e di vita, impastata di orgogli e di esclusioni, di dominio e di ideologie, di paure e di crudeltà, di affetti e di memorie, esattamente come tutte le altre possibili” (Armando Petrucci – Le scritture ultime. 1995, Einaudi Editore, Torino).

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