
(Ferrara, Cimitero Ebraico. Arnaldo Pomodoro – Monumento funebre a Girgio Bassani, 2003.
Di Lungoleno – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39873596)
Di Paola Redemagni
Fra le famiglie più autorevoli della comunità ebraica di Ferrara, i Finzi-Contini vivono in splendido isolamento nel loro palazzo cittadino. Ma le restrizioni razziali inducono i figli Alberto e Micòl ad avvicinarsi all’anonimo protagonista e agli altri giovani della Comunità, progressivamente estromessi dalla vita sociale. Fanno del loro giardino il luogo di ritrovo in cui passare giornate spensierate di amicizia e di chiacchiere, di letteratura, di musica, di arte, di politica, di tennis; vivendo l’amicizia con Alberto e Micòl e sognando un amore non corrisposto. Una normalità caparbia per contrastare gli avvenimenti tragici che premono dall’esterno: le leggi razziali, l’antisemitismo, l’ascesa di Hitler, un futuro che si chiude progressivamente e che non lascia speranza.
Lo splendido ed enorme mausoleo di famiglia abbandonato nel Cimitero Ebraico diventa allora il simbolo di una grandezza passata incapace di contrastare gli avvenimenti della Storia, dell’ineluttabilità del tempo che tutto travolge, l’ultimo ricordo di troppe esistenze inghiottite dal Destino.
“…Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e divisione e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi Contini…
La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio fra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero… un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito… ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse lontano dal cancello d’ingresso… saltava subito agli occhi.
Ad affidarne la costruzione a un distinto professore di architettura, responsabile in città di molti altri scempi contemporanei, risultava essere stato Moisè Finzi-Contini, bisnonno paterno di Alberto e Micòl, morto nel 1863… Ne era venuto fuori un incredibile pasticcio in cui confluivano gli echi architettonici del Mausoleo di Teodorico di Ravenna, dei templi egizi di Luxor, del barocco romano, e persino, come palesavano le tozze colonne del peristilio, della Grecia arcaica. Ma tant’è. A poco a poco, anno dopo anno, il tempo che, a suo modo, aggiusta sempre tutto, aveva provveduto lui a mettere accordo in quell’inverosimile mescolanza di stili eterogenei…
Mezzo affondata nel verde selvatico, con le superfici dei suoi marmi policromi, in origine lisce e brillanti, rese opache da bigi accumuli di polvere, già allora essa appariva trasformata in quellalcunché di ricco e di meraviglioso in cui si tramuta qualunque oggetto rimasto a lungo sommerso.
E mi si stringeva il cuore al pensiero che in quella tomba, istituita, sembrava, per garantire il riposo perpetuo del suo primo committente – di lui , e della sua discendenza – uno solo fra tutti i Finzi-Contini che avevo conosciuto e amato io l’avesse poi ottenuto questo riposo. Infatti non vi è sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel ’42 di un linfogranuloma: mentre Micol, la figlia seconodogenita, e il padre professor Ermanno, e la madre signora Olga, e la signora Regina, la vecchissima madre paralitica della signora Olga, deportati tutti in Germania nell’autunno del ’43, chissà se l’hanno trovata una sepoltura qualsiasi…”
(Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini. 1962)