Edicola Besenzanica. Il Lavoro (Milano, Cimitero Monumentale)

Di Paola Redemagni

Quando fu presentata nel 1912, l’edicola Besenzanica fu salutata dalla stampa come “un’opera colossale e originalissima”. Se ne lodavano la vigorìa rappresentativa, l’audace novità delle forme, l’ampiezza delle proporzioni, l’originale commistione fra verismo e simbolismo.

Un connubio che lo scultore Enrico Butti aveva già sperimentato al Monumentale di Milano vent’anni prima, realizzando nel 1890 la tomba per Isabella Airoldi Casati (Isabella Airoldi Casati), suscitando però, in quel caso, critiche e perplessità.

L’edicola fu commissionata da Ernesto Besenzanica, in ricordo del padre: il facoltoso costruttore edile Gaetano Besenzanica, morto nel 1897.

Il committente aveva lasciato allo scultore la scelta del soggetto e Butti aveva deciso di realizzare un’opera dedicata al lavoro, attraverso una delle sue forme più antiche: l’aratura. Intendeva celebrare così la perenne attività vitale della natura, in cui la morte – in questo caso del seme – genera nuova vita.

Enrico Butti idea così un’opera poderosa in cui la parte figurativa integra la parte architettonica, di gusto simbolista, condotta a termine in collaborazione con l’ingegner Carlo Malgarini.

All’interno di un paesaggio fatto di terra e di roccia, scolpito in pietra serena della Val Camonica che conferisce al monumento un caldo colore rossastro, spicca – anche cromaticamente – il gruppo scultoreo in bronzo, ispirato al verismo di gusto sociale ma dalle dimensioni maggiori rispetto al vero, particolare che gli conferisce una monumentalità solenne.

A colpire immediatamente è la coppia di buoi recalcitranti, che fatica a discendere il terreno inclinato e con cui si affanna uno dei contadini. Sia gli animali che gli uomini sono definiti nei dettagli e comunicano attraverso la tensione drammatica dei muscoli e dei tendini l’aspra fatica del lavoro.

Su tutto aleggia l’enorme – ma serena – figura della Natura che alimenta col proprio soffio la fiamma perpetua della vita.

Il monumento deve aver effettivamente provocato una discreta impressione, tanto che mia nonna – classe 1916 – mi raccontava che da bambina l’edicola Besenzanica costituiva una delle mete predilette per le gite delle classi  scolastiche dell’epoca.