Di Paola Redemagni.
La civiltà etrusca si attesta nell’Italia centrale a partire dal 9 secolo a.C. in un vasto territorio compreso (grossomodo) fra il fiume Arno a nord, il fiume Tevere a sud, la dorsale appenninica e il mare.
Un territorio fertile dove coltivare la vite, l’ulivo e i cereali e dove allevare ovini, caprini, suini; ricco di selve in cui praticare la caccia, di miniere da cui estrarre ferro e argento, di speroni rocciosi da fortificare.
Un territorio affacciato sul mare da solcare con le navi per commerciare in tutto il Mediterraneo.
Di questa popolazione ricca, ingegnosa, raffinata, della sua vita quotidiana, delle abitazioni e delle abitudini sappiamo solo ciò che le fonti letterarie e le stesse tombe ci dicono.
Accanto al solco che veniva tracciato per delimitare lo spazio destinato ad accogliere la città e i suoi traffici, veniva individuato anche il luogo destinato al riposo e col tempo gli abitati finivano per essere circondati da immense necropoli.
Forma e caratteristiche delle necropoli e delle sepolture variavano a seconda del periodo e dell’area geografica, come abbiamo già potuto vedere a Populonia (Ferro e vino a Populonia) dove nello spazio di pochi chilometri, e addirittura all’interno dello stesso complesso funerario, sono riconoscibili stili e tipologie nettamente differenti. (Mistero etrusco)
Contrariamente a quanto avveniva presso altri popoli antichi, presso gli Etruschi le pratiche di incinerazione e di inumazione convissero per tutta la durata della loro civiltà.
Nel periodo più antico – corrispondente all’età del Ferro – prevaleva tuttavia la pratica dell’incinerazione ed è proprio grazie alla forma di alcune urne cinerarie che è stato possibile ricostruire la forma delle abitazioni più antiche.
Queste erano costituite da capanne a pianta ovale o quadrangolare con pareti costituite da materiale deperibile: frasche intrecciate e intonacate con argilla lasciata seccare al sole, sostenute da una struttura in legno, infissa nel suolo. La porta si apriva di solito sul lato più corto mentre una o più finestre si aprivano sui lati più lunghi.
Il tetto a doppio spiovente era sostenuto da una trave centrale su cui si incrociavano a coppie le travi di copertura, che formavano un motivo decorativo a testa di uccello, con probabile significato apotropaico, destinato cioè a scacciare gli influssi maligni. Una apertura posta fra la testata della trave maestra e la porta permetteva l’uscita del fumo dall’abitazione.
Dopo il rogo, i resti del defunto trovavano nell’urna a capanna la loro ultima dimora, uguale in tutto e per tutto a quella abitata in vita. Un’abitazione per l’eternità.
