
Di Paola Redemagni
Anno 2080: gli ultimi residenti vengono evacuati da una Venezia semisommersa e spettrale e la città disabitata si trasforma in una grande speculazione turistica gestita dal potente Ente Parco.
Il patrimonio artistico, minato dalle inondazioni, viene spostato in terraferma: la stessa Basilica di S.Marco viene spogliata e i suoi pavimenti, le decorazioni marmoree e i mosaici posizionati su una replica costruita presso il nuovo polo Venezia 2.0, che ricrea virtualmente la città distrutta dall’incuria umana e politica.
Svuotata dei suoi abitanti, aperta solo per eventi remunerativi, sorvegliata da guardiani intransigenti, visitabile a pagamento lungo itinerari prestabiliti e con l’accompagnamento di guide autorizzate, Venezia si trasforma nella prima attrazione turistica in Europa: Venice Park – Venezia 2.0.
Ma non tutti ci stanno: qualcuno sceglie di alzare il livello della protesta dagli atti dimostrativi ad un vero attentato da organizzare nel pieno del Carnevale e fa del vecchio cimitero il proprio rifugio. Ma i veri sovversivi sono i veneziani che scelgono una soluzione più drastica, drammatica e definitiva pur di non abbandonare vita, case, progetti, ricordi. E si trasformano in fantasmi nella loro città che muore.
“La base è ottima perché la città è lì, a poche centinaia di metri di laguna (…) L’Ente, vista la vicinanza di San Michele in Isola, ha provato a più riprese a metterci le mani, ma quando ci sono di mezzo i morti pare che l’indignazione collettiva sia più forte che per i vivi. Quindi i guardiani pattugliano il braccio di laguna che separa il cimitero da Fondamenta Nuove, ma il quadrilatero di terra cintato di mattoni rossi è ancora fuori dal controllo del Parco.
L’aspetto che più diverte Rebecca sta nel fatto che pure lì, quando in età napoleonica venne decisa la costruzione del cimitero, i pochi abitanti vennero fatti sloggiare, come è accaduto nel 2065 agli ultimi veneziani: una piccola isola di morti proprio di fronte alla città morta.
Va detto che la giustizia della storia non si è fatta attendere: i morti che avevano sloggiato i vivi da San Michele a loro volta sono stati sfrattati quasi tutti, quando l’acqua si è alzata. Si tratta di vecchie vicende, Rebecca ancora non era nata: il progetto iniziale prevedeva l’estumulazione totale, poi c’è stata un’indagine per gare d’appalto truccate, i lavori sono stati bloccati, infine i fondi messi a disposizione si sono esauriti. È finita che hanno tolto i morti da terra, anche quelli importanti, mentre sono rimasti i corpi nei loculi lungo le pareti. Quando l’acqua ha invaso la distesa di lapidi e croci il cimitero è diventato, per un po’ di tempo, una delle mete turistiche preferite, prima che aprisse il Parco: è molto romantica quella distesa di acqua da cui emergono cippi e croci inclinate, una delicata metafora, a misura di obiettivo fotografico”.
(Paolo Malaguti, L’ultimo Carnevale. 2019)