
Di Paola Redemagni
Per gli amici era Giangio.
Per l’anagrafe: l’architetto Gian Luigi Banfi.
Per tutti la prima lettera dello studio BBPR: una parte importante della storia dell’architettura e del design in Italia.
Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso e Ernesto Nathan Rogers frequentano insieme il Liceo classico Parini, a Milano. Insieme si iscrivono alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove conoscono Enrico Peressutti.
Ad Architettura i quattro amici studiano e progettano insieme, sviluppando interessi distinti e complementari. Nel 1931 si laureano con il massimo dei voti e nel 1932 fondano insieme lo Studio di architettura ed urbanistica BBPR, dalle iniziali dei loro cognomi.

Il gruppo si caratterizza non soltanto per una forte impronta razionalista, distante dalla retorica ufficiale e monumentale dell’architettura fascista, ma da una pratica di lavoro condivisa, in cui gli apporti individuali si sviluppano all’interno di una metodologia comune e di un unico processo di progettazione.
Un approccio rivoluzionario, che valorizza il lavoro di gruppo in contrapposizione con l’individualismo che allora caratterizzava la professione. (Ci si potrebbe chiedere: e oggi?).

Lo Studio BBPR si distingue presto nel campo dell’architettura, dell’urbanistica, degli allestimenti, dell’arredamento, del design. Collabora con importanti architetti e ingegneri – come Luigi Figini, Gino Pollini e Arturo Danusso – progetta allestimenti, arredamenti, mostre.
Almeno inizialmente i BBPR si muovono all’interno dell’ambito ufficiale, progettando la Casa del Fascio di Caravaggio nel 1934, la Colonia elioterapica di Legnano nel 1939 e il quartiere “Le Grazie”, sempre a Legnano.
Con l’emanazione delle Leggi Razziali – che colpiscono anche Rogers – i quattro abbandonano l’ideologia fascista, aderendo attivamente alla Resistenza.

Lo studio milanese di via dei Chiostri 2 diviene così la sede di una intensa attività antifascista legata al Movimento Giustizia e Libertà: stampa clandestina, espatrio verso la Svizzera di ebrei e antifascisti, redazione di mappe topografiche a uso dell’aviazione alleata. Gian Luigi Banfi partecipa alla fondazione del Partito d’Azione, mantiene i contatti con le bande partigiane, organizza un centro di smistamento per i fuorusciti nella sua villa in val d’Intelvi.

Viene arrestato insieme a Belgioioso il 21 marzo 1944. I due vengono internati prima nel carcere milanese di San Vittore, poi nel campo di concentramento di Fossoli e infine a Mauthausen-Gusen, dove arrivano nell’agosto 1944. Rogers riesca a fuggire in Svizzera.
A Gusen Banfi conosce il pittore Aldo Carpi, che gli resta vicino nei lunghi mesi di prigionia e che al ritorno descriverà l’esperienza del campo di concentramento nel suo Diario di Gusen.
Carpi ritrae Banfi in un acquarello: l’architetto, magrissimo, sembra quasi sorridere…

Gian Luigi Banfi muore il 10 aprile 1945 stroncato a soli 35 anni dalla fame, dagli stenti, dalla fatica, dalle malattie. Così Aldo Carpi racconta la sua morte in una lettera ai familiari, scritta dall’infermeria di Gusen: “Ad ore 12.45 moriva Banfi. Mancato lentamente senza soffrire. E’ stato curato nel miglior modo possibile qui ed è morto nel suo letto. Era estremamente debole (…) poi cominciò un piccolo delirio. (…) si addormentò e così nel sonno finì. (…) Verso le 13.30 fu portato alla sala mortuaria. Il dottor Felix Kaminski alle 13 venne, gli chiuse gli occhi e gli coprì il viso (…). Il dott. Felix Kaminski giornalmente gli portava da mangiare, qualche volta anche patate cotte da lui con würstel – gli portava medicine. Banfi era molto contento. Aldo Carpi”.

Il suo ricordo è affidato alla Pietra d’Inciampo davanti a quello che era l’ingresso dello Studio e alla tomba di famiglia nel Cimitero di Caravaggio, in provincia di Bergamo.