
Phyrexian, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons)
Di Paola Redemagni
Paolo Gorini (Paolo Gorini e la Casa dello spavento) nel suo terzo e ultimo testamento del 1881 raccomanda di conservare per il suo valore storico “il famoso Pasquale: un coso verde tutto impolverato infilzato in una acuta bacchetta di ferro, che ad esaminarlo da vicino pare qualchecosa come un giovine conservato”.
Si tratta di Pasquale Barbieri, per Gorini il primo tentativo di pietrificazione di un corpo umano intero, oggi conservato presso la Collezione anatomica Paolo Gorini, a Lodi.
L’inventore del primo, efficiente e moderno crematoio (Paolo Gorini scienziato e cremazionista (Pavia 1813- Lodi 1881)), infatti, passa la vita a cercare un sistema per sottrarre i corpi al naturale processo di decadimento. Le finalità sono molteplici e vanno dalla conservazione degli animali a corredo dei musei di storia naturale alla conservazione degli uomini, perché le sembianze delle persone amate o illustri siano conservate all’affetto dei conoscenti o all’ammirazione dei posteri (Giuseppe Mazzini, mummia riluttante); dalla conservazione dei cadaveri a uso degli studi anatomici alla conservazione delle carni commestibili, fino all’indurimento delle sostanze di origine non umana come materiale di lavoro per intarsiatori, impellicciatori e tornitori.
Prima e dopo di lui, in Italia opera una ridotta schiera di studiosi impegnati nella conservazione dei corpi attraverso l’impiego di metodi e sostanze chimiche diverse, che hanno lo scopo di portare a solidità i tessuti organici fino a renderli simili a pietra o a legno, in prevalenza mediante l’impregnazione con sali minerali.
Si tratta di una tecnica che, nata come semplice curiosità in ambito naturalistico, è da mettere in relazione con lo sviluppo dell’anatomia avvenuto nel corso del Settecento e dell’Ottocento: l’insegnamento della medicina, infatti, prevedeva l’impiego di corpi o di parti corporee nel corso delle lezioni.

Per superare da un lato il problema igienico derivante dall’impiego di cadaveri e dall’altro quello del approvvigionamento dei corpi – piuttosto difficoltoso – si affinano da parte dei “preparatori” diverse tecniche conservative. I campioni ottenuti vanno poi ad arricchire i circuiti universitari o le bizzarre collezioni delle Wundwerkammern ma possono essere anche esibiti nelle diverse Esposizioni nazionali e internazionali che pullulano nell’Ottocento industriale e positivista (Mostra dei morti all’Esposizione Generale Italiana).
Non mancano anche le committenze private: assecondando una sensibilità oggi incomprensibile per noi, poteva capitare che i familiari chiedessero di imbalsamare un congiunto per poterlo tenere sempre presso di loro, spesso esponendolo in casa in una apposita teca di vetro.
I sistemi vengono per lo più mantenuti segreti, per evitare la spiacevole concorrenza dei colleghi in una pratica piuttosto remunerativa. Possono prevedere la rimozione degli organi interni e del cervello, l’immissione di liquidi, l’immersione del corpo in apposite sostanze, la fasciatura con bende impregnate di soluzioni conservative, l’essiccazione mediante fornelli, infine iniezioni di soluzioni a caldo di cera e paraffina in grado di mantenere il colore naturale dei tessuti.
Tra le sostanze vengono impiegati derivati del calcio, del mercurio e del potassio, arsenico – altamente tossico sia per i preparatori che per i familiari del defunto –, muriato di calce, glicerina, formalina, solfato e cloruro di zinco, acido salicilico, formolo, alcool.
Il capostipite dei pietrificatori è Girolamo Segato: naturalista, viaggiatore e cartografo veneto, che non ha mai rivelato i dettagli del suo processo.

Dopo di lui gli esperti in pietrificazione si moltiplicano in tutta Italia: Giovan Battista Rini (1795 – 1856), di origine valtellinese, opera a Salò; Paolo Gorini (1813 – 1881) studia a Pavia e esercita a Lodi; Alfredo Salafia (1869 – 1933) è l’artefice di alcune delle mummie meglio conservate della Cripta dei Cappuccini (Nella cripta dei Cappuccini) di Palermo. Ne segue le orme anche il nipote Oreste Maggio (1875-1937).
Giovan Battista Messedaglia (1810 – 1845) opera a Verona; Bartolomeo Zanon (1792 – 1855) è bellunese; Efisio Marini (1835 – 1900) cagliaritano. Giuseppe Paravicini (1871 – 1927) nasce a Torino, si laurea in medicina a Pavia e lavora in prevalenza presso il Manicomio di Mombello, il primo ospedale psichiatrico della provincia di Milano. Nel 1921 si occupa dell’imbalsamazione del defunto arcivescovo di Milano Cardinale Carlo Andrea Ferrari.
La pratica si protrae fino al 20° secolo, durante il quale sono attivi il napoletano Francesco Spirito (1885 – 1962), il casertano Oreste Nuzzi (1895 – 1985) e il bellunese Carlo Frigimelica, che muore nel 1990.
A partire dalla fine dell’Ottocento anatomisti italiani ed europei vengono chiamati a fondare scuole anatomiche oltre oceano: grazie alle loro conoscenze vengono esportate anche le tecniche di conservazione dei corpi che si esplicitano a pieno anche oggi, nella pratica dell’imbalsamazione funebre.
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