Accabadora

Di Paola Redemagni

Maria ha sei anni quando sua madre la cede come figlia alla sarta del paese, che forse non a caso si chiama come il cimitero di Cagliari: Bonaria (Cagliari – Il cimitero monumentale di Bonaria). Forse vuole compagnia negli anni che la condurranno alla vecchiaia o forse cerca un’allieva. Bonaria, infatti, è un’accabadora temuta e rispettata. Una presenza inquietante ma necessaria con un ruolo ben riconosciuto all’interno della piccola comunità, complementare a quello della levatrice: così come questa favorisce l’ingresso nella vita, l’accabadora ha il potere di sciogliere l’anima dal corpo e di favorire il passaggio alla morte quando le condizioni irreversibili non consentono più alcuna speranza ma solo pietà e una richiesta di pace. La rivelazione sconvolgerà Maria – l’unica a ignorare il vero ruolo della madre adottiva – spingendola alla fuga.

Intorno a loro si muove un paese ancorato alla sua origine contadina, con le sue usanze, le tradizioni, le superstizioni e le vendette, così vive ancora negli anni ‘50 del Novecento e che Michela Murgia (1972 – 2023) descrive “dall’interno”, soffermandosi sulle pratiche collegate al lutto e tratteggiando una Sardegna arcana ben lontana dal paradiso turistico più conosciuto. 

Pubblicato nel 2009 da Einaudi, Accabadora è il secondo romanzo di Michela Murgia, quello che ha fatto conoscere la scrittrice al grande pubblico.

Il termine deriva dal verbo spagnolo acabar, porre fine, terminare. La femmina accabadora (o s’agabbadora) è quindi la portatrice di una sorta di eutanasia umanitaria all’interno di una cultura rurale spesso priva di mezzi. Viene chiamata dalla famiglia del malato, completamente vestita di nero, si introduce di notte nella stanza del moribondo e, una volta lasciata sola, pone fine alle sue sofferenze colpendolo alla testa con un grosso martello in legno detto su mazzolu oppure con un bastone, soffocandolo con un cuscino o strangolandolo.

Il martello ha un’inquietante parallelismo con quello che caratterizza Charun (Charun demone etrusco), il demone che nella mitologia etrusca accompagna il defunto nell’aldilà e sorveglia l’ingresso al Regno dei Morti. Del resto i contatti fra la popolazione sarda e quella etrusca sono ben attestati.

Secondo Italo Bussa, scrittore sardo autore di L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito (2015, Edizioni della Torre, Cagliari) questa figura viene descritta per la prima volta nel 1826, nella prima edizione del Voyage di Alberto Ferrero Della Marmora, mentre il termine accabadora viene utilizzato per la prima volta due anni dopo, nel 1828, dal viaggiatore William Henry Smyth.

Nel Dizionario storico geografico statistico commerciale degli Stati di S. M. il re di Sardegna  pubblicato tra il 1826 e il 1839, nella voce “Bosa nuova”  si parla delle Sas Accabadoras: donne “speciali” il cui ruolo era quello di provocare la morte veloce e indolore di malati terminali o in grande agonia. Bussa ritiene tuttavia che queste donne agiscano solo a livello simbolico attraverso rituali magici che abbreviavano l’agonia del malato.

(Bosa. Di Vid Pogacnik – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=115062050)

Pur attestata dalla tradizione orale sarda – in particolare nelle regioni di Marghine, Planargia e Gallura – l’esistenza effettiva dell’accabadora è contestata da alcuni studiosi; altri sostengono invece che queste donne operassero allo stesso tempo come levatrici e come accabadore. In ogni caso, le testimonianze orali riportano almeno due casi recenti: uno avvenuto a Luras nel 1929 e uno a Orgosolo nel 1952.

“In una notte come quella delle anime la campana non suonava. Poteva essere un’ora qualsiasi, e non sarebbe cambiato niente. Lungo le vie tutte le porte delle case erano aperte nonostante il freddo, come se ogni famiglia di Soreni fosse fuggita troppo in fretta per ricordarsi di chiudere l’uscio. Familiare a quella notte più che a ogni altra dell’anno, la donna alta che camminava lungo la strada rasentando i muri aveva il passo di chi sa perfettamente dove andare. Si muoveva rapida, stretta in uno scialle scuro, finché le pieghe della gonna non smisero di infrangersi sulla soglia della casa dei Bastìu. La donna entrò senza far rumore, scivolando nel corridoio troppo in fretta per lasciare ricordo di sé alla strada. Persino nella notte di quella casa si muoveva sicura con il piglio di un familiare, scorrendo le porte delle stanze fino all’unica che sapeva non essere chiusa, quella dove Nicola Bastìu, stordito dal dolore e dall’attesa, dormiva di un sonno ladro […]

La vecchia intanto schiudeva lo scialle per rivelare le mani strette intorno a un piccolo contenitore di coccio con la bocca larga. Quando l’accabadora sollevò il coperchio, dal contenitore si levò un filo di fumo. Nicola Bastìu accolse l’odore acre, non se lo aspettava diverso, e lo inspirò profondamente, mormorando parole sconnesse che la vecchia non diede segno di avere udito. L’uomo trattenne dentro i polmoni quel fumo tossico, chiudendo gli occhi stordito per l’ultima volta. Forse dormiva già quando il cuscino gli venne premuto in viso, perché non sobbalzò né si oppose. O forse non si sarebbe opposto comunque, che non era cosa per lui diversamente da come era vissuto, senza respiro”.