Tomba Brion 2 – Un amore

tomba_brion_039

(S.Vito d’Altivole, Treviso. Carlo Scarpa, Tomba Brion, i Propilei. Foto dell’autrice)

Di Paola Redemagni

La Tomba Brion è la storia di un amore: quello fra Onorina e Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della Brionvega, l’azienda italiana produttrice di apparecchi radio e televisivi che con nomi come Ettore Sottsass, Mario Zanuso e i fratelli Castiglioni – solo per citarne alcuni – ha fatto la storia del design italiano, creando icone come la radio Cubo, il televisore Algol o il radiofonografo RR126. Se andate in Internet li riconoscete tutti.

Giuseppe Brion era nato a S.Vito d’Altivole, un piccolo paese ai piedi della collina di Asolo. La moglie vuole riportarlo qui dopo la scomparsa, avvenuta nel 1968, perché riposi nella sua terra. Commissiona quindi all’architetto Carlo Scarpa un monumento che onori l’uomo che ha costruito la sua fortuna dal nulla, da erigere all’interno del vecchio cimitero del paese. Per l’opera sono necessari un centinaio di metri quadrati, ma il proprietario del terreno impone l’acquisto di un lotto molto più vasto,  obbligando così committente e progettista a ripensare il progetto. Non più una tomba privata ma un luogo aperto ad un numero sempre più vasto di persone.

Carlo Scarpa inventa un luogo magico, dove affidare i defunti alla terra, al sole, all’aria, reinserendoli nel ciclo naturale della vita, assicurandone il trapasso nel ciclo vitale delle stagioni, sconfiggendo non soltanto la morte ma anche la sua tetraggine.

Il complesso si sviluppa per più 2000 mq, lungo due lati del vecchio cimitero. Vi si arriva passando attraverso il camposanto del paese. Per raggiungere l’ingresso, schermato dai rami ricadenti di un salice, occorre salire tre gradini spostati rispetto al percorso principale. È un indizio: si entra in un luogo “altro” fatto di simboli e ricco di rimandi, in cui i luoghi si differenziano e i percorsi si moltiplicano.

Una bassa costruzione in cemento separa la tomba dal cimitero: sono i Propilei, che con un termine antico indicano l’entrata. La parete di fondo si apre in due grandi finestre: due cerchi intrecciati colorati da un giro di mosaico: rosa e azzurro, azzurro e rosa. È l’immagine dell’amore coniugale, del maschile e del femminile, della visione unica data dai due occhi. Una realtà inscindibile, sottolineata dalle tessere del mosaico, disposte in modo che l’ordine dei due colori – rosa a sinistra e azzurro a destra – si ripeta su entrambi i lati dell’apertura e che ogni anello riporti entrambi.

Il percorso coperto sfocia a sinistra in un grande prato dove sono collocate le arche dei committenti. Riposano nel punto più soleggiato, protette da un ponte in cemento e bronzo, l’arcosolium: ponte metaforico tra la vita e la morte, tra il tempo e l’eternità e, contemporaneamente, ricordo degli archi che nelle chiese e sotto i porticati proteggevano in passato i defunti di maggior riguardo. I sarcofagi di Giuseppe e Onorina, di grande eleganza formale, si tendono uno verso l’altro, per salutarsi anche dopo la morte.