
(Ritratto di Giuseppe Mazzini, di autore anonimo. By Wikipedia. Public domain)
di Paola Redemagni
Giuseppe Mazzini muore a Pisa il 10 marzo 1872, circondato da pochi e fidati amici. Le sue ultime volontà sono quelle di riposare a Staglieno accanto alla madre, dopo onoranze funebri che siano le più discrete possibili.
Ma i capi del partito Repubblicano hanno altri progetti, in particolare l’amico e medico personale Agostino Bertani. Dal momento che l’Unità del paese si è compiuta sotto la guida di casa Savoia e con il trionfo della monarchia, il Partito Repubblicano ha dovuto incassare una sconfitta politica. Anche se mantiene una certa rilevanza, la morte del capo lo priva ora della sua figura più carismatica e l’assenza di un erede designato rischia di precipitare la crisi.
Occorre allora mantenere viva il più a lungo possibile la presenza di Mazzini fra gli italiani, offrire un oggetto di culto: in spregio ad ogni sua volontà, Bertani e i capi del partito Repubblicano decidono di imbalsamarlo.
Si rivolgono al medico Paolo Gorini (Pavia 1813, Lodi 1881), amico e patriota, scienziato eclettico che per tutta la vita insegue l’obiettivo di preservare il corpo defunto dalla corruzione (Paolo Gorini e la Casa dello spavento). Fra un esperimento di vulcanologia e l’altro, aveva messo a punto un sistema di mineralizzazione dei tessuti che a suo parere forniva ottimi risultati sulla lunga distanza, anche se aveva il difetto di protrarsi per circa due anni. Figura interessante quella di Gorini, su cui torneremo un’altra volta anche perché, in barba agli esperimenti di pietrificazione, mise a punto il primo forno crematorio realmente funzionale della storia. (Paolo Gorini scienziato e cremazionista)
Ma tornando a Mazzini, l’intento è puramente politico: quello di poter esporre pubblicamente il corpo del capo repubblicano nelle occasioni di particolare rilevanza, o addirittura in via permanente. Una reliquia laica capace di affermare con forza i valori della cultura repubblicana e il prestigio dell’eredità risorgimentale.
Malgrado l’impegno di Gorini, le condizioni del corpo di Mazzini sono già compromesse e pregiudicano il risultato finale. Così, dopo una prima esposizione, avvenuta a un anno dalla morte con gran concorso di popolo, si decide di lasciar riposare in pace l’anziano politico. Non prima, però, di averlo dotato di un adeguato mausoleo, a imperitura memoria.
Le vicende legate all’imbalsamazione di Mazzini sconvolgono a tal punto Garibaldi – che fa parte della Commissione per le onoranze funebri a Mazzini – da indurlo a scrivere ben sei testamenti in cui lasciare precise disposizioni per la propria cremazione. Anche lui fallirà nel proprio intento: altri ci metteranno, letteralmente, una pietra sopra. Di svariati quintali. Ma anche questa è un’altra storia. (Mettiamoci una pietra sopra. Giuseppe Garibaldi.)
Le vicende legate alla spoglia di Mazzini sono raccontate da Sergio Luzzatto in: La mummia della Repubblica. Storia di Mazzini imbalsamato 1872-1946. 2001, Rizzoli, Milano.
2 pensieri su “Giuseppe Mazzini, mummia riluttante”
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