Cittadino affettuoso benefico cerca moglie ottima incomparabile

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(Milano, Cimitero Monumentale. Tomba Omodeo, particolare. Foto dell’autore)

Di Paola Redemagni

Superato il Famedio si scende all’Emiciclo e ci si incammina fra i viali alberati, le cappelle, gli alberi secolari. Le grandi edicole della nobiltà e della borghesia milanese (Monumento Bocconi (Milano, Cimitero Monumentale) si alternano a tombe più modeste. Ovunque, una folla di sculture segue ogni nostro passo.

Nell’Ottocento l’arte funeraria si arricchisce di elementi inediti, nella figura come nella scrittura: dettagli minuziosi, precisi, concreti, che inducono gli scultori a riprodurre con puntigliosità il ritratto del defunto e dei suoi congiunti; a replicarne le vesti, l’acconciatura, i dettagli, con risultati tali da trasformare i cimiteri in vere e proprie gallerie d’arte e producendo l’illusione straordinaria – talvolta un po’ inquietante – di trovarsi direttamente al cospetto degli antenati di oltre un secolo fa, viaggiatori in qualche macchina del tempo.

Le pieghe della gonna, i merletti dello scialle,  i ricami del corsetto, i gioielli, i riccioli dell’acconciatura, sono al contempo virtuosismi dell’artista e segni distintivi cui affidare l’immediata riconoscibilità del singolo, all’interno di un complesso affollato di figure simili.

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(Milano, Cimitero Monumentale. Foto dell’autore)

Non potendo contare su alcuni elementi ben definiti che consentono, ad esempio, di individuare la nobiltà mediante la nascita o il titolo ereditario e il ceto operaio attraverso il rapporto salariato e il lavoro manuale, la borghesia avverte la necessità di definire con maggiore precisione una propria identità, diversa da quella delle classi superiori ed inferiori, attraverso caratteristiche proprie: norme, mentalità e stili di vita.

La struttura sociale, i ruoli, la cultura, le convenzioni dell’epoca si rispecchiano così nella scultura e nell’epigrafia del tempo: le lapidi divengono altrettanti specchi di pietra che rimandano con esattezza l’immagine che l’intera collettività intende tramandare e in cui si riconosce.

Nel corso degli anni si costituisce uno standard di valori comuni, che si ripete con regolarità: il volto condiviso del ricordo, che dà vita a formule simili. Più che i fatti reali, le iscrizioni riportano modelli ideali, copie conformi dei valori e delle convenzioni del tempo: gli sposi sono affettuosi o desolati, le madri diligenti, le vedove inconsolabili, i commercianti onesti, i cittadini operosi e di retti costumi, i morbi inesorabili, i pargoletti teneri, i malati rassegnati, i parenti afflitti.

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(Milano, Cimitero Monumentale. Foto dell’autore)

In questa raffigurazione comune, vengono celebrate virtù pubbliche e private. Agli uomini pertiene la sfera pubblica: gli studi, gli affari, la professione, la politica, la carriera militare, civile, religiosa o accademica. Intraprendenza, operosità, capacità di emergere, tenacia, onestà, decoro sono qualità che meritano il riconoscimento sociale.

Alle donne compete invece la sfera privata: figli, famiglia, casa, affetti. Il suo spazio è quello domestico; il suo compito è quello di rendere cara e soave la vita dell’uomo, lenirgli i dolori, riempirgli l’animo alla speranza e alla fede. (se vi volete divertire, leggete il Dizionario d’igiene per famiglie, di Paolo Mantegazza e Neera.1881, G. Brigola, Milano).

Tuttavia, qualche dubbio sull’effettiva attendibilità di molte affermazioni doveva serpeggiare già all’epoca, se il poeta Giuseppe Giusti nel suo Mementomo (1841) commentava:

La bara, dicono,

ci porta al vero:

oh sì, fidatevi

d’un cimitero!

Un giorno i posteri

Con labbra pie

Baciando il lastrico

Delle bugie

Diranno: Oh gli avi

Com’eran buoni!

Che spose ingenue!

Che babbi savi!

Ma dall’elogio

chi t’assicura,

o nato a vivere

senza impostura?

Morto, e al biografo

cascato in mano,

nell’asma funebre

d’un ciarlatano

menti costretto,

e a tuo dispetto

imbrogli il pubblico

dal cataletto.

Perdio, la lapida

mi fa spavento!

Vo’ fare un lascito

nel testamento

d’andar tra’ cavoli

senza il qui giace.

Lasciate il prossimo

marcire in pace…