La regina della casa

Monumentale Omodeo - Copia

(Milano, Cimitero Monumentale. Tomba Omodeo, particolare. Foto dell’autore)

Di Paola Redemagni

Il sostantivo donna deriva dal latino domina, che condivide la radice etimologica con il termine domus, casa, quasi ad indicare una perfetta identificazione delle due. E infatti il Codice napoleonico segna un passo indietro nei confronti delle aspirazioni femminili. Se negli anni rivoluzionari le donne avevano partecipato attivamente agli eventi politici, ora vedono restringersi il campo d’azione alla sola famiglia, all’interno della quale assumono un ruolo decisamente subalterno.

Passano infatti la maggior parte della loro esistenza sotto tutela maschile: paterna prima, coniugale poi. Se sono mogli, sono obbligate ad obbedire al marito, ad abitare insieme a lui e a seguirlo ovunque egli stabilisca la residenza. Il consorte è il solo amministratore dei beni familiari ed è il solo ad esercitare la patria potestà: in caso di dissenso sull’educazione dei figli, prevale ovviamente il suo parere.

Se sono figlie, il padre resta l’amministratore unico dei loro beni fino al raggiungimento della maggiore età. Per poter contrarre il matrimonio occorre il consenso di entrambi i genitori ma in caso di parere discordante – indovinate? – è sufficiente quello del padre.

Alle donne pertiene la sfera privata: figli, famiglia, casa, affetti. Il suo spazio è quello domestico: al più le si concede di coltivare la letteratura, la poesia, l’arte, ma senza troppi voli di fantasia dal momento che l’immaginazione fa alla donna più male che bene… “La donna che deve occuparsi di tutta la materialità della casa, che deve ubbidire al marito e tenersi intorno i bambini…, che non è quasi mai libera, che non può, che non deve fare quello che vuole, perché avrebbe da coltivare l’immaginazione?” (da: P.Mantegazza, Neera – Dizionario d’igiene per le famiglie. 1881).

Già, perché dovrebbe?

Queste spose esemplari, queste madri affettuose, sono portatrici dei valori fondamentali della società ed il loro merito quali modelli da imitare – purché resti confinato all’interno dell’ambito domestico, delle regole e dei valori sociali dell’epoca – è indiscusso:

Le colleghe del nuovo secolo non se la sarebbero passata meglio: a loro viene richiesto di impersonare niente di meno che la moglie ideale stile Novecento, colei che riunisce in sé l’utile e il dilettevole, la donna che conosce la musica e l’economia domestica, che spiega la storia, la geografia, la matematica e sa preparare la salsa di pomidoro, le scatole di piselli, di acciughe e di pesche, […] mostrandosi così la compagna erudita del secolo 20° e la esperta massaia dei tempi andati…” (da: Ernesto Romagnoli – Regalo di nozze. Trattato di educazione alimentare e di economia domestica. Contributo alla riforma alimentare. 1933, ed. Bottega d’arte italiana).

Con simili premesse, non stupisce che le sfortunate signore siano additate da tutti come esempi di virtù e di rassegnazione.