
Di Paola Redemagni
Lasciati alle spalle i tumuli etruschi che guardano il mare di Baratti (Ferro e vino a Populonia), ci si incammina lungo la via delle Cave: la necropoli delle Grotte bisogna conquistarsela con scarpe comode (Andare per cimiteri… con l’equipaggiamento adatto), determinazione e soprattutto un’ottima capacità di lettura della cartina. Occorrono circa due ore: superato il primo tratto all’aperto, ci si inoltra in un bosco. Raggiunto il punto più fitto, ormai sicuri di avere smarrito qualunque punto di riferimento, noterete tagli netti e profondi che fendono il terreno: sono gli accessi alle “tombe limitrofe”, piccole camere sepolcrali scavate nella roccia, poste una accanto all’altra lungo il pendio della collina.
Proseguendo, arriverete finalmente a una vasta cava, dove il rosso della roccia contrasta con il verde della natura. Si tratta di una delle rare testimonianze della vita e del lavoro degli Etruschi, popolo per molti versi ancora misterioso e che conosciamo quasi esclusivamente attraverso le informazioni fornite dalle tombe. Qui venivano intagliati i blocchi che sarebbero poi stati utilizzati a Populonia: alcuni aspettano di essere staccati dalla roccia, che conserva ancora i segni degli arnesi che l’hanno lavorata. Grazie ad una intensa attività commerciale, agli scambi con l’Elba, la Corsica e altre città etrusche, Populonia conobbe un periodo di grande agiatezza a partire dal IX secolo a.C. e un incremento demografico che nel tempo portò a saturare la vecchia necropoli posta vicino al mare. Intorno al IV – III secolo a.C., una volta abbandonata l’attività estrattiva, si adattò quindi la cava a necropoli.

Il terreno custodisce ancora ben sette livelli sovrapposti di tombe, ancora tutti da indagare. Fra le altre, è visibile una tomba minuscola, appartenuta a un bambino; accanto al piccolo è stata ritrovata una bottiglietta a forma di papera, con un beccuccio posto sopra la testa dell’anatroccolo: il suo biberon.
Ma la parte più interessante è quella rappresentata dalle camere ipogee scavate nella roccia, purtroppo saccheggiate dai tombaroli nel corso del Novecento. Solo una tomba è stata trovata intatta, la numero 14, che trovandosi più in basso rispetto alle altre, è rimasta protetta dal terreno: all’interno sono stati trovati i resti di una donna che gli archeologi ipotizzano sacerdotessa del dio Fufluns, il dio etrusco assimilabile al Bacco romano, il cui culto richiedeva un abbondante consumo di vino. Un mestiere che mi sarebbe sicuramente andato a genio!

E qui si trova anche l’elemento più misterioso dell’intera necropoli: un blocco rettangolare di roccia, interamente scavato rispetto alla parete ma destinato a rimanere saldamente al suo posto. Forse un elemento simbolico, addirittura magico, posto a protezione del luogo.
Un mistero a cui gli archeologi stanno ancora cercando una risposta.
(Populonia, Necropoli delle Grotte, il simbolo misterioso sul fianco delle tombe ipogee. Foto dell’autore)
