
di Paola Redemagni
Porte che si aprono, porte che si chiudono, porte che immettono, porte che escludono. Il tema della porta come accesso all’aldilà, passaggio dal mondo dei vivi a quello dei defunti è comune a tutte le culture del Mediterraneo da millenni.
Nelle tombe egizie sono presenti false porte attraverso cui il defunto può tornare dall’aldilà per comunicare con i vivi e accedere alle preghiere e alle offerte lasciate dai familiari. Inizialmente dipinta accanto alla nicchia in cui sono deposte le offerte votive, successivamente (ca. 2650–2575 a.C.) la porta viene costruita in legno, pietra o mattoni crudi. In seguito assume l’aspetto di una lastra verticale in pietra, che riproduce gli stipiti e perfino la stuoia arrotolata nella parte superiore, presente nelle vere abitazioni. Spesso sulla porta sono incise formule di offerta, i titoli e l’immagine del defunto, talvolta rappresentato seduto alla tavola imbandita. Intorno al 2190 a.C viene aggiunta l’immagine di due occhi che consentono al defunto di guardare all’interno della cappella per vedere i visitatori e assistere alle funzioni.

Nel mondo greco il tema della Porta dell’Ade fa la sua prima comparsa con i poemi omerici, in cui la dimora di Ade è descritta munita di porte ampie e ben chiuse. Benché non sia molto diffuso, attraverso la Grecia e il vicino Oriente il tema passa poi in Etruria, dove assume maggiore importanza in coincidenza con la diffusione di forti aspettative in una nuova vita nell’aldilà. La porta chiusa dipinta o scolpita viene rappresentata su sarcofagi, urne cinerarie e nelle tombe: la sua diffusione raggiunge l’apice nel VI secolo a.C. Talvolta sulla soglia viene rappresentato il defunto nell’atto di accomiatarsi dai famigliari, accompagnato da divinità infere come Charun (Charun demone etrusco) oppure Vanth. La tomba etrusca si pone infatti come luogo intermedio che appartiene ancora al mondo reale ma da cui il defunto parte per il suo viaggio nell’oltretomba.

In epoca romana la porta ricorre spesso sui sarcofagi, isolata al centro o circondata da scene oltremondane o da simboli sacri legati al cerimoniale funebre. Può essere chiusa o semi aperta: nel primo caso sancisce l’impossibilità del ritorno mentre nel secondo allude alla speranza di una vita oltre la morte.

Al centro: porta socchiusa. Foto dell’autrice)
Con il Cristianesimo il simbolo della porta in ambito funebre diviene più raro. Spalancata, si lega alla figura di Cristo e alla sua resurrezione, simbolo di vittoria sulla morte e ingresso alla vita eterna: è la porta della salvezza che, sigillata a causa del peccato di Adamo ed Eva, riapre i battenti con il sacrificio di Cristo.
Durante il periodo barocco la morte viene spettacolarizzata attraverso apparati effimeri e catafalchi fastosi, in cui porte e archi trionfali vengono addobbati con drappi e candele per aumentarne la grandiosità. (vedi anche: Zombie e draghi a Venezia – Monumento Pesaro).

Nel secolo seguente sarà soprattutto Antonio Canova (1757-1822) – massimo interprete della scultura neoclassica – a rendere il tema della porta protagonista del più innovativo dei suoi monumenti funebri: quello realizzato a Vienna nel 1805 per l’arciduchessa Cristina d’Asburgo, in cui la soglia si spalanca come un vuoto oscuro al centro della piramide candida, simbolo dell’inconoscibile e della morte che inghiotte i viventi senza alcun riguardo all’età, alla giovinezza, alla bellezza. (leggi: Il cuore dello scultore – Antonio Canova).

L’influenza è tale da condizionare tutta la scultura funebre seguente e i cimiteri ottocenteschi si riempiranno di dolenti che indugiano accanto a porte che si aprono, porte che si chiudono, porte che immettono e porte che escludono.
