Cimitero acattolico di Santa Maria della Fede (Napoli)

di Paola Redemagni

L’accesso è un cancello anonimo su piazza Santa Maria della Fede, oggi nel quartiere San Lorenzo. Intorno palazzi popolari, accanto la chiesa da cui prende nome il cimitero. Un vialetto sterrato, alberi, panchine, qualche lampione. I cani si rincorrono fra le tombe mentre i bambini giocano a palla. I muri portano ancora i segni delle lapidi smurate e poi trasferite. L’ex Cimitero acattolico di Santa Maria della Fede oggi è un giardino pubblico aperto agli abitanti del quartiere ma ha una storia antica.

Sin dal 16° secolo, infatti, il governo aveva dovuto accordare alle comunità straniere di fede diversa dalla cattolica un luogo da destinare alle sepolture, posto al di fuori delle mura cittadine.

Il primo cimitero acattolico partenopeo fu posto così nel 1529 nel giardino del convento di San Carlo all’Arena e rimase in uso fino al 1799 quando, a seguito dei moti rivoluzionari, il monastero fu abolito e venne abbandonato anche il sepolcreto. Il cimitero fu messo all’asta e acquistato da don Carlo Califano, ricco signorotto locale, insieme al diritto di riscossione delle tasse di sepoltura. L’atto ufficiale per l’acquisto dei terreni venne firmato dai rappresentanti di tutti i paesi di culto non cattolico presenti nel cimitero il 10 luglio 1802.

Con gli anni la comunità straniera a Napoli andò crescendo: commercianti, industriali, nobili, banchieri, artisti, poeti, studiosi si trasferivano nella capitale borbonica per lavoro o la visitavano nel corso del loro Grand tour e il cimitero divenne insufficiente.

Non ricevendo risposta alla richiesta di ampliamento, nel 1825 la comunità protestante incaricò l’allora console inglese sir Henry Lushington di acquisire un’area idonea. Benché la comunità protestante fosse ben integrata nella vita napoletana, la loro fede veniva osteggiata sia dalla Chiesa cattolica sia dal Regno borbonico, che accordò effettivamente un terreno ma in una zona malfamata accanto alla chiesa di Santa Maria della Fede. Da più di 200 anni, infatti, il quartiere ospitava numerosi bordelli e relative professioniste, tanto che nel 1752 la regina Maria Amalia di Sassonia – moglie di Carlo III di Borbone – aveva costituito nel vicino monastero annesso alla chiesa un ospizio per <<donne vaganti>> e prostitute.

Il terreno presso San Carlo all’Arena fu così abbandonato e il nuovo cimitero acattolico aprì ufficialmente nel 1826, saturandosi in fretta. Nel 1852 venne quindi acquistata una nuova porzione di terreno per l’ampliamento e altre parti vennero acquisite negli anni seguenti.

(Napoli, ex Cimitero acattolico. Foto dell’autrice)

Cessò definitivamente l’attività nel 1892, in occasione dell’imponente opera di Risanamento urbano che – a seguito dell’ennesima epidemia di colera – si proponeva di aprire il tessuto urbano e di risolvere i problemi igienico-sanitari della città, modificando i quartieri storici con l’abbattimento di numerosi edifici e l’apertura di nuove piazze e strade.

Il cimitero fu dismesso e i defunti, con le lapidi e i monumenti, furono trasferiti nell’attuale Cimitero Britannico di Napoli in via Doganella, nella nuova zona cimiteriale di Poggioreale. L’area andò così incontro ad un inevitabile processo di declino e solo nell’ottobre 2022 è stato riaperto al pubblico, dopo vent’anni di chiusura e di degrado ed un intervento di restauro.

Nell’area restano oggi nove monumenti, che forse meriterebbero più protezione e più rispetto.