
di Paola Redemagni
Quando il Vesuvio erutta nel 79 d.C. la cenere si posa sui vivi come sui morti.
Seppellendo la città la preserva dai cambiamenti, tramandandone caratteristiche, usi e dettagli con un’immediatezza difficilmente riscontrabile altrove, in contesti urbani inevitabilmente cambiati nel corso dei secoli.
Come tutte le città romane anche Pompei possiede i suoi cimiteri situati – come previsto dalla legge delle XII Tavole – al di fuori delle mura della città e oltre il pomerium: lo spazio sacro e inviolabile in cui erano interdette tanto le costruzioni quanto le sepolture.
A oggi sono visibili ben cinque cimiteri posti lungo le principali vie di accesso: nella zona sud-est della città si trova la necropoli di Porta Nocera, che è anche la più estesa; a sud-ovest quella di Porta Stabia; a nord la necropoli di Porta Vesuvio e a est quella di Porta Nola.

Il cimitero più prestigioso, tuttavia, è quello situato lungo la strada che a nord-ovest portava a Napoli, Ercolano e Cuma e che partiva da Porta Ercolano: la principale porta urbica, l’unica a triplice arco.
Lungo la Via dei Sepolcri sono state rinvenute le sepolture più antiche, risalenti alla fase sannitica di Pompei e databili intorno al quinto e al quarto secolo a.C.: semplici fosse o casse in pietra in cui i defunti venivano deposti con i loro oggetti di corredo. La necropoli è poi contraddistinta dalla presenza di tombe appartenenti a cittadini di alto rango, probabilmente provenienti dal vicino quartiere Regio VI, abitato dall’aristocrazia pompeiana. I sepolcri assumevano un forte valore simbolico: l’architettura, la decorazione, le iscrizioni perpetuavano la memoria del defunto e della sua famiglia, il suo status sociale, il censo, la professione, le sue virtù civiche e morali.

A Pompei il rito funebre prevalente era l’incinerazione. I poveri venivano cremati sul luogo stesso della sepoltura mentre per i più ricchi le pire funebri venivano approntate in luoghi dedicati. Con il corpo venivano bruciati anche doni e oggetti appartenuti al defunto. Le ceneri venivano raccolte in urne poi deposte all’interno dei sepolcri famigliari: alcuni splendidi esempi sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Le tombe visibili oggi a Pompei sono comprese fra il primo secolo a.C. e il 79 d.C. e sono rappresentative delle principali tipologie funerarie romane. Lungo la Via dei Sepolcri si allineano tombe a tamburo circolari e tombe a edicola: simili a piccole case con il tetto a due falde che ospitano una camera talvolta affrescata in cui venivano deposte le urne con le ceneri dei famigliari.

Tra le tombe a forma di altare la più famosa è quella della liberta Naevoleia Tyche e di suo marito Gaius Munatius Faustus: in marmo bianco, ben visibile sopra un alto podio, è riccamente decorata sui fianchi da corone celebrative in alloro e nastri, sulla fronte da una scena di distribuzione gratuita di grano alla popolazione, incorniciata da un elaborato motivo a rosette e foglie.
Con il termine liberto nell’antica Roma si indicava uno schiavo che aveva ricevuto dal proprio padrone la libertà. Dopo essere stata schiava di Lucius Naevoleius, di cui prende il nome, Naevoleia e il marito celebrano la propria scalata sociale nella necropoli più importante della città.

L’iscrizione sulla fronte ricorda i propri meriti e il privilegio di sedere in prima fila a teatro: “Naevoleia Tyche, liberta di Lucius Naevoleius per sé e per Gaius Munatius Faustus, membro della confraternita di Augusto e funzionario suburbano, al quale per i suoi illustri servizi il consiglio comunale, con l’approvazione del popolo, concesse un seggio di doppia larghezza. Questo monumento Naevoleia Tyche costruì durante la sua vita anche per i liberti e le liberte sue e di Gaius Munatius Faustus”. Si tratta tuttavia di un cenotafio: un monumento con funzioni celebrative, dal momento che la coppia è sepolta nella necropoli di Porta Nocera.
Dear friends speaking English, this is an home-made blog. I have no money to pay a professional translator, so I write English post by myself and – as you can see – I can’t write English language very well. So you can find a lot of mistakes in the articles: I beg your pardon. My English language level is: F(unny)! Will you pardon me?
Like all Roman cities, Pompeii had its cemeteries, located – as required by the Law of the Twelve Tables – outside the city walls and beyond the sacred and inviolable area in which both construction and burial were prohibited, known as the “pomerium”.
Today, five cemeteries can still be seen along the city’s main approach roads. In the south-eastern part of the city lies the necropolis of Porta Nocera, which is also the largest; to the south-west is that of Porta Stabia; to the north, the necropolis of Porta Vesuvius; and to the east, that of Porta Nola.
The most prestigious cemetery, however, is the one situated along the road known as the “Via dei Sepolcri” (Street of the Tombs), which led north-west towards Naples and began at Porta Herculaneum, the city’s principal gate.
The oldest burials were discovered here, dating back to the Samnite phase of Pompeii and dating to around the 5th and 4th centuries BC. The necropolis is also distinguished by the presence of tombs belonging to high-ranking citizens from the nearby Regio VI district, which was inhabited by Pompeii’s aristocracy.
The most famous of these tombs is that of the liberta Naevoleia Tyche and her husband, Gaius Munatius Faustus. Made of white marble, it is richly decorated on its sides with commemorative wreaths of laurel and ribbons; on the front, it depicts a scene of the free distribution of grain to the population, framed by an elaborate motif of rosettes and leaves.
In ancient Rome, the term liberta referred to a slave who had been granted freedom by their master. After having been enslaved by Lucius Naevoleius, from whom she took her name, Naevoleia and her husband celebrated their rise in social status in the city’s most important necropolis.
The inscription on the front commemorates their achievements and the privilege of sitting in the front row at the theatre:
“Naevoleia Tyche, freedwoman of Lucius Naevoleius, for herself and for Gaius Munatius Faustus, member of the Augustales and a suburban official, to whom, in recognition of his distinguished services, the town council, with the approval of the people, granted a seat of double width. During her lifetime, Naevoleia Tyche built this monument also for her own freedmen and freedwomen and those of Gaius Munatius Faustus.”
The monument is, however, a cenotaph: a commemorative monument, since the couple was actually buried in the necropolis of Porta Nocera.
