
di Paola Redemagni
L’Ospedale degli Incurabili esiste a Napoli fin dal 1522, dono della nobildonna spagnola Maria Lorenza Longo, che lo destinò alla cura gratuita dei malati di sifilide, cancro e malattie mentali: tutti considerati incurabili dalle conoscenze mediche dell’epoca.
Inizialmente sviluppato intorno ad una grande corte rettangolare, il complesso si arricchì nel tempo della chiesa di Santa Maria del Popolo, del Ricovero delle pentite – destinato alla redenzione e al reinserimento sociale delle prostitute –, del Monastero delle Riformate, di un giardino dei semplici, del Banco di Santa Maria del Popolo e della sede per la Congregazione dei Bianchi di Giustizia, che assisteva i condannati a morte. Il complesso si arricchì nel Settecento della splendida farmacia e nell’Ottocento del monastero di Santa Maria delle Grazie. Oggi ospita il Museo dell’arte sanitaria.
Da qualche parte fra i cortili e gli edifici si trovava anche la cosiddetta piscina dei cadaveri, un’enorme cavità sotterranea destinata ad accogliere quanti morivano quotidianamente nell’ospedale o in strada e che rimase in attività per oltre due secoli. Nel 1656 ci finirono anche le vittime della peste: circa 240.000 persone, ovvero il 60% della popolazione napoletana.

Dal momento che l’ospedale si trovava al centro di una zona densamente popolata, la presenza di una fossa comune di tali dimensioni determinava non solo problemi di convivenza – il fetore era insopportabile – ma anche un grave rischio per l’insorgere di epidemie. Nel 1762 re Ferdinando IV di Borbone incaricò allora l’architetto Ferdinando Fuga di realizzare fuori città, ai piedi della collina di Poggioreale, un nuovo cimitero, da destinare in particolare ai meno abbienti, dal momento che i nobili avrebbero continuato ad essere sepolti nelle chiese e nei conventi.
Ferdinando Fuga progettò una straordinaria struttura illuminista.
Il cimitero è intitolato a Santa Maria del Popolo, ma tutti lo conoscono come Cimitero delle 366 fosse perchè è organizzato come un calendario perpetuo. Vi si accede attraverso un portale monumentale sovrastato da un timpano triangolare decorato da un teschio con due ossa incrociate. Il portale si apre in un basso edificio che ospita la cappella e i locali per il custode. Due grandi lapidi poste ai lati dell’ingresso ne ricordano le vicende:

A Dio Ottimo Massimo. Il sepolcro comune dell’ospedale degli incurabili del Regno di Napoli, suddiviso in tante celle quanti sono i giorni dell’anno, per ordine e liberalità di Ferdinando IV, re delle Due Sicilie, pio e felice, amato dai popoli, fu predisposto fuori dalle mura, sotto il cielo aperto, affinché dall’ammassarsi continuo dei cadaveri e dal loro esalare velenoso una città immensa e densamente popolata non subisse alcun danno. Mentre, seguendo l’esempio del principe piissimo, furono raccolti rapidamente 450.000 ducati destinati all’opera, e a gara i luoghi pii della città offrirono ciascuno un ricco contributo comune, con la pronta disponibilità e con lo zelo ardente dei delegati e dei governatori più illustri. Così l’opera fu insieme iniziata e portata a compimento e dedicata nell’anno 1762…
La grande corte che si apre all’interno misura 80 metri per lato; al di sotto si aprono 366 fosse di inumazione a pianta quadrata e copertura a botte, che misurano 4,20 metri per lato per 7 metri in altezza.

Le camere sono organizzate regolarmente in 19 file di 19 ambienti ciascuna, per un totale di 361 fosse, di cui quella centrale destinata allo scarico delle acque piovane. A queste andavano ad aggiungersi altre 6 camere disposte sotto l’atrio d’ingresso, che furono eliminate nel 1871 nel corso dei lavori di ampliamento del cimitero.
Ogni fossa era accessibile attraverso un tombino numerato in ordine progressivo da 1 a 366. Secondo un criterio perfettamente razionale, il primo giorno dell’anno si apriva la prima fossa, contrassegnata con il numero 1, per deporvi i defunti della giornata: veniva richiusa alla sera, per essere aperta nuovamente solo l’anno seguente. Il secondo giorno si procedeva con la seconda fossa, e così via fino all’ultima. La trecentosessantesima camera veniva utilizzata solo negli anni bisestili. La sigillatura delle camere, la loro separazione fisica e la distanza del cimitero dalla città limitarono effettivamente il rischio di contagio.
La struttura sotterranea si legge anche nel muro di cinta soprastante, suddiviso a suo volta in diciannove nicchie per lato. Quelle poste al centro presentano un piccolo frontone sormontato da una croce e in origine erano decorate da tre affreschi di mano ignota, che rappresentavano: Gesù che cade sotto il peso della croce, la Crocifissione e la deposizione.

Per oltre cento anni i corpi furono semplicemente gettati nelle fosse, fino a quando nel 1875 una baronessa inglese che aveva perso la figlia durante l’epidemia di colera, donò un argano fornito di una cassa fornita di un meccanismo di rilascio del fondo, che permetteva di adagiare le salme nelle fosse assicurando loro un po’ di pietà. L’argano, che serviva anche per il sollevamento delle pesanti lastre di chiusura, è ancora oggi visibile all’ingresso del cimitero.
Il Cimitero delle 366 fosse cessò l’attività nel 1890, dopo aver accolto più di settecentomila corpi. Oggi sono ancora in uso i loculi aggiunti negli anni Sessanta del Novecento lungo il muro perimetrale della corte.
La piscina degli Incurabili, invece, non è stata ancora individuata, e attorno al suo reperimento si affannano gli speleologi.
