
di Paola Redemagni
Con l’inaugurazione del Famedio il 31 ottobre 1897 giunge a conclusione la lunga trasformazione del vecchio cimitero pavese di San Giovannino in cimitero Monumentale, una vicenda durata più di un secolo. (per approfondire: Cimitero Monumentale di Pavia 1- Primi progetti e Cimitero Monumentale di Pavia 2 – Un nuovo stile per lo stato laico)
Completato l’ampliamento del camposanto, si trasferiscono qui i monumenti provenienti dal vecchio cimitero: per lo più stele in stile neoclassico decorate da medaglioni, figure allegoriche, ghirlande floreali e simboli funebri. Dai registri conosciamo i nomi dei marmorini più ricorrenti: sono Santino Cattò, Giuseppe Cassi, Vittorio Rossi e Edoardo Barbagelata. Dopo la Grande guerra, ai loro si affiancano i nomi di Carlo Trioni, Luigi Bonizzoni, Attilio Varesi e della famiglia Scapolla.
Ora nei campi le sepolture vengono concesse a tariffe differenziate che dipendono dalla durata della concessione – a dieci, venti o trenta anni – e dalla posizione più o meno privilegiata lungo i viali principali o trasversali. Come sempre, sono spazi di prestigio le campate che suddividono il portico: le pareti affrescate alle spalle dei monumenti spesso aprono lo spazio su paesaggi trompe l’oeil punteggiati da colline, templi, boschetti, architetture gotiche e popolati da angeli, vedove e dolenti, mentre dalle volte dipinte in colori vivaci si affacciano angeli.

Fa eccezione la tomba del professor Francesco Orsi, celebre clinico e docente presso l’Università di Pavia, che nel 1901 il pittore Pacifico Buzio ritrae in una scena realistica: indossando il camice, nel corso di una visita alle corsie dell’ospedale con i suoi assistenti.
Insolita anche la tomba realizzata nel 1897 da Enrico Cassi per Ernesto Cozzi dal titolo Lavoro e riposo, con la sua commistione di realismo e di simbologia: quattro putti paffuti e gioiosi sono intenti ad arare la terra e mietere grandi mazzi di grano mentre un quinto incide sulla roccia che sovrasta la composizione la frase in latino: “Laus magna tibi tribuetur” (Riceverai grande lode). Sul marmo bianco spiccano i due soli elementi in bronzo, entrambi collegati al tema del fuoco: in basso a sinistra una torcia rovesciata e, alta sopra la roccia, una lucerna accesa. All’epoca il monumento venne lodato per la novità della concezione, le pose naturali e la forma insolita; fu invece criticata l’assenza di segni confessionali: il defunto, però, era un noto anticlericale.

Nel 1883 su richiesta della Società pavese per la Cremazione il cimitero si arricchisce di uno spazio dedicato alla cremazione: nel 1901 Savoldi realizza un complesso ad uso di ossario comune e di tempio crematorio. Mantiene lo stile romanico lombardo adottato per tutto il complesso e costruisce un porticato a emiciclo, con al centro un singolare obelisco in stile eclettico moresco-assiro. Posiziona la nuova ala in un’area esterna rispetto al perimetro del cimitero, sottolineandone così l’appartenenza all’intero complesso ma salvaguardandone, al contempo, l’originalità ideale.

Per realizzare la cappella, che sarà consacrata nel 1912, Angelo Savoldi adatta invece l’edificio posto a metà del lato orientale, in origine destinato a camera mortuaria e ossario. Infine, nel 1930 l’ingegner Hermes Balducci completa il cimitero monumentale progettando l’Ossario ai caduti della guerra, per accogliere le spoglie dei patrioti.

L’Ossario si trova in una posizione di preminenza, al centro dell’incrocio dei viali e si compone di un obelisco in travertino che svetta alto sopra la cripta: un edificio molto articolato, decorato con spade, croci, un fregio continuo a palmette, bracieri fiammeggianti in marmo e stemmi. Sopra l’obelisco è incisa la dedica: Filiis qui cecidere propatria pugnantes Papia mater. (Ai figli caduti combattendo per la patria, Pavia madre).
