
Di Paola Redemagni
Nell’Ottocento la società borghese è un meccanismo ben oliato, con ruoli, tempi e modi ben identificati e ripartiti. Uno spartito ben orchestrato che si regge su un nucleo di valori universalmente riconosciuti e condivisi.
Alla complessa rete di rapporti che lega fra loro i membri di una casa, partecipa anche la servitù, che condivide la vita e la sorte dei datori di lavoro, dal momento che la sua reputazione si riflette su quella dei padroni. Il personale di servizio deve rispecchiare la rispettabilità della casa attraverso una condotta impeccabile, cui viene educato dagli stessi padroni.
In casa, ma anche in azienda, i padroni hanno precisi doveri nei confronti dei loro dipendenti, che devono guidare nella vita oltre che nel lavoro, educandoli ad amare la semplicità, il lavoro, la moralità, l’istruzione e spronandoli a rifuggire l’ozio e il lusso.
I modelli negativi sono rappresentati dagli scioperati, dai parassiti sdraiati sulle panche fuori dalla bettola o dal caffè.
Ma in molti casi si instaura nel tempo anche un rapporto di sincero affetto che fa sì che il padrone di casa provveda ai suoi sottoposti anche dopo la morte, giungendo fino ad associarli al riposo della famiglia. Non servi ma famigli.

(Bologna, Cimitero della Certosa. Lapide di Caterina Rose. Foto dell’autore)
Caterina Rose
Fu gemma di famigli
Incomparabilmente
Onesta zelosa fedele
Poi
Con forte animo, e religiosa pazienza
Per lunghi lunghi anni
Sostenne
Strazio di orrendi morbi
Né mise giammai un irato lamento
Sempre cantando a Dio lodi
E
Carlo Pepoli
A perpetuarne la benedetta memoria
Questo sepolcro donava – questa lapide incise
n. a Londra a. MDCCCXIV (1814) m. in Bologna a. MDCCCLXXX