Pietro Chitò, soldato della Grande Guerra

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(Milano, Cimitero Monumentale – Sacrario Caduti della Grande Guerra. Foto di Marco Ragaini)

Di Paola Redemagni

Non ho mai amato particolarmente i monumenti ai caduti della Grande Guerra: patriottici, certo, ma troppo retorici, incapaci di guardare oltre la voce ufficiale per raccontare una tragedia da otto milioni di morti e venti milioni di feriti. Non solo eroici soldati ma uomini sfibrati dal fronte, dalle ferite, dalle condizioni igieniche precarie. Cosa sia stata la guerra lo leggiamo nei loro diari, nelle lettere e anche nelle lapidi. Non sono i manuali strategici, le versioni ufficiali, i discorsi di circostanza a raccontarlo ma le loro parole, che aprono sprazzi personalissimi e inattesi sulla realtà del fronte.

La differenza si rivela nei particolari: dietro ogni matricola c’è una storia individuale; accanto ad ogni grado – riportato con puntiglio, insieme al corpo di appartenenza – spesso è ricordato il titolo di studio. Questi ragazzi non sono più gli eroici martiri della patria ma figli, fratelli e padri su cui i genitori e la famiglia avevano investito le proprie speranze e per i quali avevano auspicato un altro avvenire. Per loro gli studi avevano forse rappresentato la possibilità di un’opportunità migliore, di un destino diverso da quello dei propri genitori: per questo, a quanti non hanno potuto completarli, vengono riconosciuti post mortem il diploma o la laurea ad honorem. E quel titolo di studio, riportato accanto al nome, vale come una medaglia al valore e una straziante consolazione.

A partire dal 6 giugno 1926 il Ministero della Guerra italiano inizia la pubblicazione dei ventotto volumi dell’Albo d’oro Militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918. Opera monumentale che tenta di riportare ordine nel caos di una guerra che ha causato fra i 625.000 e gli 850.000 morti solo in Italia, sia per cause direttamente ascrivibili al conflitto, sia per concause di guerra.

Si tratta di un’elencazione precisa dei caduti, ognuno dei quali è accompagnato dai dati relativi alla nascita, allo status militare, al luogo e alle circostanze del decesso. Opera meritoria ma statistica e topografica che non rende minimamente conto della realtà umana delle giovanissime vittime, mandate allo sbaraglio armate di coraggio, entusiasmo, idealismo e poco altro.

Si misura tutta la distanza fra l’asetticità della versione riportata nei testi ufficiali e la drammaticità reale confrontando le poche righe che l’Albo d’oro dedica al giovane sottotenente sepolto al Cimitero Monumentale di Milano ed il resoconto della sua morte riportato sulla lapide.

Chitò Pietro di Angelo. Sottotenente di complemento I Reggimento Genio, nato il 1 gennaio 1895 a Milano, distretto militare di Milano, morto il 7 novembre 1918 in prigionia per malattia.(Albo d’oro Militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918)

 

Alla memoria di

Pietro Chitò

Sottotenente del I Reggimento Genio

Studente in scienze matematiche

Laureato ad Honorem alla R[egia] Università di Pavia

Ferito sul Vodil il 24 ottobre 1917

E sventurosamente caduto nelle mani del nemico

Si spegneva a 23 anni in Celle-Lager (Germania)

Il 7 novembre 1918

Vittima delle sofferenze della prigionia

Lontano dalla Patria e dalla famiglia adorata.

Dedicò la sua giovinezza e la sua forte intelligenza

Agli studi prediletti

Fu buono fu generoso fu sventurato

Inconsolabile di tanta perdita lo piange

E lo piangerà sempre la sua famiglia

Che ogni bene ogni speranza aveva in lui.

(Milano, Cimitero Monumentale)