
di Giancarlo Gonizzi
Cieco fin dalla nascita, Augusto Migliavacca (Parma, 1838-1901) all’età di sette anni si diede a studiare il violino, perfezionandosi sempre più fino a raggiungere un virtuosismo ineguagliabile che gli valse più tardi l’appellativo di Paganini dei suonatori ambulanti (C. d’Ormeville). La sua invalidità e le ristrettezze della famiglia lo costrinsero a un continuo vagabondaggio. Poiché possedeva una discreta voce, cominciò ad accompagnare con il canto il suono del violino. Per molti anni Migliavacca trascinò la sua cupa disperazione e il suo genuino talento di artista da una città all’altra. Da giovane fece una tournée nei locali pubblici del Piemonte e poi, per diverso tempo, accompagnato da un suonatore di chitarra (e più tardi, per quindici anni, dal violinista Giuseppe Ferrari e dal violoncellista Bartolomeo Marchesi), si aggirò per vie, piazze e cortili di Parma, dinanzi al vecchio Caffè Marchesi, negli atri degli alberghi Concordia e Croce Bianca, nelle fiere e nelle sagre dei paesi della provincia. Ovunque trovò applausi, consensi ed elogi. Compositore dotato di piacevole vena, scrisse e diede alle stampe una marcia (Un addio alla brigata Ancona), una mazurka (Flora), una polka (Gli ultimi giorni di Carnevale), valzer (Luce dell’anima, L’usignolo, Gentil pensiero, La pace del cuore) e fu l’autore della nota mazurka variata che porta ancor oggi il suo nome. Venticinque anni dopo la sua morte, Bruno Barilli lo immortalò in un sanguigno e potente ritratto che è una delle pagine più belle del Paese del melodramma.

Sotto i portici del cimitero monumentale della Villetta di Parma (La Villetta di Parma) i suoi concittadini e ammiratori gli vollero erigere un monumento, realizzato per pubblica sottoscrizione al centro dell’Arco 67 del porticato ottagonale, dove il Consiglio Comunale gli concesse unanimemente lo spazio in perpetuità.
Il monumento, in un monolite di pietra gallina di Vicenza è addossato alla parete e reca, come basamento, il profilo di un’arca, con incise le lettere “Alfa” e “Omega” (vedi anche Alfa e Omega ) sulle orecchie e la clessidra alata al culmine (vedi anche: Clessidre volanti ). Ma qui le ali, che spesso son di cigno, son del notturno pipistrello, quasi a ricordare il buio che avvolse la vita del musicista.

Al di sopra si innalza la stele vera e propria, con la lunga iscrizione al centro, due colonne rastremate ai lati e il busto del defunto, scolpito ad altorilievo nel marmo statuario e come iscritto in un tondo, ai cui lati si innalzano due fiamme accese. Migliavacca, con gli occhi chiusi e il volto sereno, è in giacca e panciotto; un cravattino chiude il collo della camicia.
Il ritratto del musicista è opera dello scultore parmigiano Riccardo Del Prato (1873–1950), insegnante di plastica all’Istituto d’Arte e autore dei rilievi della facciata delle Poste Centrali e di Palazzo Serventi a Parma (questi ultimi in collaborazione con Alessandro Marzaroli). La sottile lastra applicata al muro di fondo dell’arco, riproduce in visione prospettica, la sagoma di una tipica sepoltura a terra del periodo. Il busto, di mano felice, pur nella sottigliezza dello spessore, delinea con dettaglio la tipica figura del musicista. Il testo dell’epigrafe è stato dettato dal poeta parmigiano Carlo Carraglia (1854-1906), collaboratore di Carlo Malaspina (1808-1874) nella redazione del Dizionario Parmigiano–Italiano e direttore del giornale politico, letterario e artistico “Il Goliardo” contraddistinto dalla notevole vis polemica, che ricorda Migliavacca come “interprete ed esecutore insuperabile delle armoniche melodie divine, … famoso per la maestria di mano poderosa e per soavità d’ineffabile sentimento”.

Così il Cimitero monumentale di Parma, a fianco delle sepolture di Niccolò Paganini (1782-1840) ( vedi anche: La tomba di Niccolò Paganini (1782-1840) al Cimitero monumentale della Villetta a Parma La mano sinistra del diavolo. Niccolò Paganini alla Villetta di Parma – 2 ), Giovanni Bottesini (1821-1889) e Ildebrando Pizzetti (1880-1968) conserva anche il ricordo di questo grande musicista, che la sorte non riuscì a piegare e che i suoi concittadini seppero apprezzare ed amare.