Di Paola Redemagni
La fabbrica Sutter & Thevenét sorge in località Fornace Bonelli a Castellazzo di Bollate, a poca distanza da Milano. Isolata dai campi ma ben servita dalla linea ferroviaria Saronno-Milano, produce munizioni, bombe, granate e “petardi” incendiari.
Nel 1917 i reparti di produzione arrivano a contare 40 edifici e 1300 operai. Lo stabilimento comprende reparti di lavorazione, capannoni d’innesto, depositi di stoccaggio, uffici, essiccatoi, polveriere, l’officina meccanica, il laboratorio chimico, una falegnameria, gli uffici della commissione d’Artiglieria collaudo esplosivi, il refettorio e la lavanderia.
Capannoni miserabili dominati dalle ciminiere e attraversati dalla ferrovia.
Alle operazioni di paraffinatura, innesco, caricamento e smaltatura delle bombe e delle granate provvedono le donne dei paesi vicini. Necessità, dal momento che la maggioranza degli uomini si trova al fronte. Vengono da Castellazzo, da Bollate, da Garbagnate. Le più giovani hanno solo 13 anni. Accanto a loro qualche ragazzino. Ma i sorveglianti e i dirigenti quelli no, quelli sono tutti uomini.

Quanto avviene il 7 giugno 1918 lo sappiamo dal Chronicon della parrocchia di San Guglielmo di Castellazzo: il registro in cui i parroci annotavano i principali avvenimenti che coinvolgevano la loro comunità. Alle 13.50 un’esplosione scuote lo stabilimento: viene sentita a 30 chilometri di distanza. Accorrono i mezzi della Croce Rossa, i soccorritori, i parroci dei paesi limitrofi, le autorità. Si cercano le vittime, si soccorrono i feriti, si improvvisa la camera ardente.
Alla fine si conteranno più di 300 feriti e 59 vittime, molte delle quali non saranno più ritrovate.
I giornali si limitano a riproporre il comunicato ufficiale dell’Agenzia Stefani (Monumento Morgagni – Manlio Morgagni, presidente della Stefani), l’unica autorizzata a divulgare notizie: l’enfasi è tutta concentrata sui danni militari, definiti “insignificanti”, e sulla rapidissima ripresa del lavoro.
Ben altra l’impressione riportata da uno dei soccorritori: un giovanissimo Ernest Hemingway, volontario nella Croce Rossa Americana come guidatore di ambulanze, quel giorno in transito da Milano: “Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi… Arrivando sul luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che… non erano saltati in aria, mentre altri venivano mandati a spegnere un incendio divampato in mezzo all’erba di un campo adiacente; una volta conclusa tale operazione, ci ordinarono di perlustrare… i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera ardente improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne… Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi, ci mettemmo a raccogliere i brandelli…” (E. Hemingway, Una storia naturale dei morti, in I quarantanove racconti, 1938).

I funerali sono celebrati nel pomeriggio del 9 giugno sul piazzale della chiesa di Castellazzo. Le spoglie sono poste su carri militari infiorati e drappeggiati a lutto. Precede il corteo la fanfara militare degli alpini, le associazioni religiose locali, venti sacerdoti. Li segue una folla di oltre diecimila persone. Sulla facciata della chiesa viene esposto un drappo con la scritta “Alle lacrimate vittime / da improvviso turbine strappate / all’affetto della famiglia / nell’ore consacrate al lavoro / per la grandezza della patria/ preci e suffragi”. Rimasto chiuso in un ripostiglio della chiesa di Castellazzo per quasi 100 anni, la sua riscoperta nel 2010 ad opera del parroco Don Egidio Zoia e dello storico locale Giordano Minora ha permesso di riportare alla luce il ricordo della strage dimenticata.
Essendo troppo piccolo il cimitero di Castellazzo, le vittime vengono tumulate in quello di Bollate.
Sono andata a cercare le ragazze della Sutter & Thévenot a Bollate e a Castellazzo ma non le ho trovate.
Di loro non resta più nulla, solo le grandi foto di Luca Comerio in cui lavorano e non sorridono, con i loro occhi grandi e i capelli stretti in una crocchia.
(Le immagini sono tratte dal sito Immagini e memoria. Quell’esplosione, cent’anni fa. Le donne, il lavoro, la guerra, il Castellazzo. 7 giugno 1918 – 7 giugno 2018).
(Dear friends speaking english, this is an home-made blog. I have no money to pay a professional translator, so I write english post by myself and – as you can see – I can’t write English language very well. So you can find a lot of mistake in the articoles: I beg your pardon. My English language level is: F(unny)! Will you pardon me?)
In 1917, Sutter & Thevenot farm is located not far fron Milano, in a village named Castellazzo di Bollate. it produces war bombs, explosives and munitions. the production departments includes 40 buildings nd 1300 workers. since the men are engaged in fighting during the I World War, the workers are mainly women. spme of them are thirteen years old.
On June 7, 1918 at 13.50 pm. a terrible explosion demolishes a part of the farm. The members of the Red Cross, the rescuers, the priests of the neighboring villages, the authorities rushed. Victims are sought, the wounded are rescued, the funeral house is improvised. Finally, the wounded are more than 300, 59 the victims, many of whom will never be found.
One of the rescuers is Ernest Hemingway, the writer, volunteer in the American Red Cross.
The victims’ funeral is celebrated on June 9, in the square in front of the church in Castellazzo. The remains are placed on flowered and military chariots, draped in mourning. More then ten thousand people follows them. On the church facade a cloth is displayed with the inscription “Prayers and intercessions to the victims teared off from their beloved families by an unexpected storm, working for greatness of their homeland“.
The cloth remained closed in a closet in the church of Castellazzo for almost 100 years. In 2010, Don Egidio Zoia, the parish priest of Castellazzo church and the local historian Giordano Minora rediscovered it and bring to the light the memory of the forgotten massacre.
