
Di Paola Redemagni
Italo Calvino (15/10/1923 Santiago de las Vegas, Cuba – 19/09/1985 Siena) guarda il mare da un angolo riparato del cimitero di Castiglione della Pescaia, accanto alla moglie Esther Judith Singer, e i suoi ammiratori lasciano sulla tomba pietre e pensieri tratti dai suoi libri.
Nel suo libro Le città invisibili uscito nel novembre 1972, Calvino immagina un lungo dialogo in cui Marco Polo racconta a Kublai Kan le tante città immaginarie da lui incontrate nei suoi lunghi viaggi. Tra queste vi è Eusapia, la città doppia che – forse non a caso – condivide il nome con Eusapia Palladino, famosa medium e sensitiva vissuta tra il 1854 e il 1918. A Eusapia i vivi hanno costruito una città sotterranea dove i morti proseguono in apparenza le loro attività, come in una sorta di immensa Cripta dei Cappuccini. (Nella cripta dei Cappuccini)

Calvino dichiarò per tutta la vita che le Le città invisibili erano il suo ultimo libro, anche se in realtà continuò a pubblicare romanzi, racconti, conferenze fino al 6 settembre 1985 quando, nella sua villa di Roccamare presso Castiglione della Pescaia, fu colpito da un ictus cerebrale.
Si spense all’ospedale di Siena nella notte tra il 18 e il 19 settembre.
“Non c’è città più di Eusapia propensa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra. I cadaveri, seccati in modo che ne resti lo scheletro rivestito di pelle gialla, vengono portati là sotto a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono i momenti spensierati ad avere la preferenza: i più di loro vengono seduti attorno a tavole imbandite, o atteggiati in posizioni di danza o nel gesto di suonare trombette. Ma pure tutti i commerci e i mestieri dell’Eusapia dei vivi sono all’opera sottoterra, o almeno quelli cui i vivi hanno adempiuto con più soddisfazione che fastidio: l’orologiaio, in mezzo a tutti gli orologi fermi della sua bottega, accosta un’orecchia incartapecorita a una pendola scordata; un barbiere insapona con il pennello secco l’osso degli zigomi d’un attore mentre questi ripassa la parte (…); una ragazza dal teschio ridente munge una carcassa di giovenca.

Certo molti sono i vivi che domandano per dopo morti un destino diverso da quello che già toccò loro: la necropoli è affollata di cacciatori di leoni, mezzosoprano, banchieri, violinisti, duchesse, mantenute, generali, più di quanti mai ne contò città vivente.
L’incombenza di accompagnare giù i morti e sistemarli al posto voluto è affidata a una confraternita di incappucciati. Nessun altro ha accesso all’Eusapia dei morti e tutto quello che si sa di laggiù si sa da loro (…)”.
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972, Einaudi)
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