
Di Paola Redemagni
Per gli antichi popoli naviganti degli Egizi, dei Cretesi, degli Etruschi, dei Greci e dei Romani il mare era fonte di sostentamento ma racchiudeva in sé anche mostri, pericoli e forze malefiche capaci di portare al disastro in qualunque momento. Occorreva opporre alle forze malefiche del mare una forza magica altrettanto potente: per questo dipingevano sulla prua delle loro navi due grandi occhi. Dotando della vista le imbarcazioni, le trasformavano in esseri viventi in grado di trovare la propria via nel mare e di tenersi lontano dalle insidie.
È l’occhio apotropaico che allontana gli influssi maligni e preserva dagli effetti deleteri degli sguardi malefici celati nelle profondità.
Per gli antichi l’invidia e ogni influenza malvagia provengono infatti principalmente dagli occhi. Per loro la natura dello sguardo è ambivalente: da un lato permette di conoscere, dall’altro subisce l’influsso delle cose che osserva.
Secondo la teoria della percezione di Democrito, infatti, dagli oggetti si distaccano atomi sottilissimi chiamati immagini che riproducono la configurazione delle cose alle quali appartengono e raggiungono gli organi di senso dell’uomo, penetrando nel corpo attraverso i pori della pelle.

In mitologia esistevano creature malvage il cui sguardo era in grado di pietrificare: Medusa ad esempio, una delle Gorgoni che abitavano presso il regno dei morti. Possedeva testa cinta di serpenti, zanne di cinghiale, mani di bronzo, ali d’oro e occhi scintillanti: viene uccisa da Perseo che, utilizzando il proprio scudo come uno specchio, le ritorce contro il suo stesso sguardo.
E nel quarto libro dell’Eneide di Virgilio gli occhi – oltre a un numero infinito di lingue – caratterizzano la personificazione della Fama:
“un mostro orrendo, smisurato, che tante piume ha sul corpo,
altrettanti occhi ha sotto (incredibile a dirsi),
tante lingue, così tante bocche risuonano, altrettante orecchie tiene aperte.
Di notte vola in mezzo tra il cielo e la terra attraverso l’ombra,
stridendo e non chiude gli occhi al dolce sonno
di giorno siede vigilante o sulla sommità di una casa
o su alte torri e spaventa grandi città,
tenace annunciatrice tanto del vero quanto del malvagio falso” (Eneide, IV, 181 – 188).
Poiché l’occhio è l’organo di senso più importante per l’uomo, il principale mezzo per conoscere il mondo, è associato principalmente a significati e elementi positivi: alla luce innanzitutto, poiché in mancanza di luce vengono meno la vista e la possibilità della conoscenza. Può quindi essere assimilato al Sole.
In molte culture il Sole è considerato un occhio onnivedente e in Egitto l’occhio stilizzato del dio del Sole Horus (Udjat) era considerato un potente amuleto e veniva posto a protezione delle mummie.

Rappresenta anche la vista spirituale e lo sguardo onnisciente di Dio.
Nell’iconografia cristiana l’occhio circondato dai raggi del sole rappresenta Dio e può essere inserito in un triangolo con la punta rivolta verso l’alto, che rappresenta la Trinità.

Lo stesso simbolo viene adottato anche in Massoneria (Un massone al Monumentale di Milano – Fedele Sala 2), dove l’occhio inserito nel triangolo e incorniciato dai raggi prende il nome di delta luminoso e ricorda ai confratelli che ogni loro pensiero e azione sono osservati dal Grande Architetto dell’Universo.