
Di Paola Redemagni
La Mojazza è il più piccolo dei cimiteri milanesi istituiti dopo il decreto con cui l’imperatore d’Austria Giuseppe II vieta la sepoltura all’interno delle mura cittadine, nel 1782. (I Fopponi di Milano).
Sorge fuori porta Comasina, nel quartiere chiamato Isola, oggi piuttosto alla moda. Il nome dice già tutto dei terreni dove ristagnava l’acqua piovana e quella proveniente dai fontanili. Un terreno moisc, bagnato, zuppo. In meneghino: una mojascia.
Benché il terreno fosse inadatto allo scopo, sul terreno della Cascina Moiazza di sopra era stata eretta nel 1686 la chiesetta di S.Giuseppe degli Agonizzanti, con annesso cimitero. Un nome, un programma.
La chiesetta sorgeva nella zona compresa fra le attuali vie Ugo Bassi, Luigi Porro Lambertenghi, Pietro Borsieri, Jacopo dal Verme e Farini, ed era officiata da una Confraternita.
Tuttavia, quando dopo l’editto imperiale si presenta la necessità di reperire fuori dalle mura terreni adatti ad ospitare i nuovi camposanti cittadini, il sito viene giustamente giudicato inservibile.

Quindi, nel 1786 il Comune acquista dai Padri Minimi di S.Francesco di Paola della vicina chiesa di S.Maria alla Fontana un terreno poco distante, posto fra la Cascina Colombara e la Cascina Abbadesse.
Aperto nel 1788, in origine la Mojazza accoglie i resti esumati dalle chiese e solo successivamente i defunti del sestiere.
Al centro viene eretto un oratorio ad aula unica quadrata, sormontata da una cupola, che all’esterno presenta quattro fronti identici, sormontati da un timpano. All’interno, sul paliotto in legno dell’altare è dipinta La liberazione delle anime purganti.
All’inizio il cimitero si presenta privo di qualunque organizzazione: nell’unico campo le inumazioni avvengono senza un ordine preciso e solo in un secondo tempo due viali ortogonali introducono un minimo di regolarità. Al loro incrocio viene posta una colonna votiva mentre sul muro di cinta si affollano – come d’abitudine – lapidi grandi e piccole.
Ma anche le immagini più recenti mostrano le croci e i cippi sprofondati nell’erba alta, che trasmettono un senso più di abbandono che di romanticismo.

Forse per questo Foscolo nei suoi Sepolcri ne fa un ritratto desolante:
“Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna…”
Anche se, in realtà, a seccargli è soprattutto la mancanza di una degna sepoltura per il poeta Giuseppe Parini, sepolto qui.

Nel 1842 vengono eliminati i due pilastri d’ingresso, sormontati da teschi e ossa scolpiti in pietra. E proprio all’ingresso chiede di essere sepolto nel 1857 Don Carlo Ferrario, prevosto di San Simpliciano, per meglio essere calpestato dai suoi parrocchiani.
Con l’apertura del Cimitero Monumentale (Il Cimitero Monumentale di Milano), la Mojazza viene chiusa, così come gli altri cimiteri presenti nei Corpi Santi. Riaperta in via provvisoria nel 1875, viene soppressa definitivamente nel 1895 (Il cimitero degli appestati – S. Gregorio).
Le esigenze urbane e il nuovo piano regolatore la condannano alla scomparsa.
Nel 1911 per ricordare i tanti sepolti illustri si propone allora di progettare sul posto un monumento che conservi la memoria non solo del Parini, ma anche dello statista Melchiorre Gioia, dell’astronomo e matematico Barnaba Oriani, di Cesare Beccaria, giurista e filosofo, del pittore Andrea Appiani: un portico a emiciclo in cui riunire le lapidi dei cittadini illustri scomparsi e un giardinetto a copertura dell’ossario antistante.
Non se ne fece nulla: a distanza di oltre due secoli resta la lapide del Parini, anche se nel cortile interno di un palazzo di piazzale Lagosta. Con buona pace del Foscolo.