Tutankhamon – La scoperta

Di Paola Redemagni

“Il mattino seguente (4 novembre) notai, arrivando, un insolito silenzio, i lavori erano fermi: doveva essere accaduto qualcosa di straordinario. Fui salutato subito con l’annuncio che, sotto la prima baracca demolita, si era trovato un gradino tagliato nella roccia…”.

Così Howard Carter, archeologo, egittologo, avventuriero, ricorda la scoperta della tomba di Tutankhamon.

Era il 4 novembre 1922.

La scoperta arrivava dopo molti anni di scavi infruttuosi, che avevano portato lord George Herbert V conte di Carnarvon, titolare della concessione di scavo nella Valle dei Re e finanziatore della campagna archeologica, a ipotizzare l’abbandono degli scavi per dedicarsi a una zona più promettente. Carter lo aveva convinto a fare l’ultimo tentativo e a esplorare il terreno antistante la tomba di Ramses VI, fino a quel momento protetto dalle baracche che nel corso della Ventesima dinastia avevano ospitato gli operai nella Valle. Era convinto che la Valle avesse in serbo ancora una sorpresa: una tomba importante, forse quella dello sfuggente faraone Tutankhamon, nel cui nome si erano imbattuti più volte nel corso degli scavi precedenti e di cui, però, ignoravano tutto.

(Valle dei Re. Al centro dell’immagine la tomba del faraone Ramses VI e, subito davanti all’ingresso, l’accesso alla tomba di Tutankhamon. Foto dal web)

Riempito nuovamente lo scavo per proteggerlo e posti alcuni collaboratori fidati a sorvegliarlo, il 6 novembre Carter telegrafa a lord Carnarvon in Inghilterra: <<Finalmente fatta splendida scoperta nella Valle: magnifica tomba con sigilli intatti, richiusa in attesa vostro arrivo; congratulazioni>>.

Dopo aver atteso l’arrivo dall’Inghilterra di lord Carnarvon e di sua figlia Evelyn, il 26 novembre si apre la tomba:

“Con una lentezza che ci sembrò esasperante, tutti i detriti che ricoprivano la parte inferiore della porta furono sgomberati, e infine il muro di chiusura venne interamente alla luce. Era giunto il momento decisivo. Con mani tremanti praticai un piccolo foro … l’oscurità e il vuoto incontrato da una sbarra di ferro spinta fin dove fu possibile ci rivelarono che, qualunque cosa si trovasse oltre quel muro, c’era uno spazio libero e non uno sbarramento di detriti come nel corridoio appena ripulito. Facemmo alcune prove con la candela, per cautelarci contro eventuali fughe di gas, e infine, ampliando un po’ il foro, vi inserii una candela e scrutai dentro… Sulle prime non riuscii a distinguere nulla, perché dalla stanza veniva un soffio di aria calda che rendeva la fiamma tremolante; poi man mano che i miei occhi si abituavano al buio, i particolari del locale emersero lentamente dall’oscurità: animali dall’aspetto strano, statue e oro, ovunque il luccichio dell’oro. Per un attimo – che dovette essere sembrato un’eternità a quanti mi attorniavano – rimasi muto dallo stupore e quando lord Carnarvon, incapace di attendere oltre, mi chiese ansiosamente: <<Riuscite a vedere qualcosa?>> fui solo capace di rispondere: <<Sì, cose meravigliose>>”.   

(Lord Carnarvon e Howard Carter aprono la porta della camera funeraria. dal volume “Tutankhamen” di Howard Carter (quarta ed.). 1977, Garzanti)

I risultati superano ogni aspettativa. (Tutankhamon – La tomba)

Malgrado le incursioni dei tombaroli, avvenute poco dopo la sua chiusura, la tomba si presenta quasi intatta, con gli oggetti che hanno accompagnato la vita del giovane faraone e quelli che avrebbero dovuto servirgli nell’aldilà: scrigni dipinti, mobili intarsiati e incrostati di smalti, letti intagliati a forma di animali, gioielli, statue, vasi in alabastro, offerte votive, amuleti, mazzi di fiori, giocattoli, cocchi, modellini di imbarcazioni.

Al di là del valore intrinseco degli oggetti e del loro splendore, per la prima volta nella storia è possibile gettare uno sguardo diretto alla vita quotidiana, agli usi, ai riti degli antichi Egizi.  

“Il ritrovamento… non era straordinario soltanto da un punto di vista quantitativo. Il periodo cui la tomba risaliva è sotto molti aspetti il più interessante nella storia dell’arte egizia, e noi eravamo preparati a rinvenire opere stupende. Ma non ci aspettavamo la sorprendente vitalità e vivacità che caratterizzava alcuni di quegli oggetti. Fu per noi una rivelazione di possibilità insospettate nell’arte egizia, e dovemmo convenire, anche in questo primo e frettoloso esame, che lo studio di quel materiale avrebbe modificato, se non addirittura rivoluzionato tutte le nostre concezioni”.

(Chatsam, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0&gt;, via Wikimedia Commons)

“Credo che la maggior parte degli scavatori abbia provato un senso di timore – quasi di imbarazzo – penetrando in una stanza chiusa e sigillata da pie mani tanti secoli prima. Per un attimo il tempo, fattore della vita umana, perde tutto il suo significato. Tremila o magari quattromila anni sono trascorsi da quando un piede umano ha calpestato per l’ultima volta il suolo su cui vi trovate: eppure, man mano che cogliete i segni di una vita recente tutt’intorno – il recipiente pieno a metà della malta servita per la porta, la lampada annerita, una ditata sulla superficie dipinta di fresco, la ghirlanda lasciata cadere sulla soglia in atto di commiato – si ha l’impressione che tutto sia accaduto non più tardi di ieri. La stessa aria che respirate, rimasta intatta nei secoli, è ancora quella che respirarono coloro che posero la mummia a giacere nel suo riposo. il tempo si annulla in questi piccoli intimi dettagli, e voi vi sentite un intruso”.

Da lì in poi, tutte le operazioni avvengono sotto gli occhi del mondo intero e della stampa internazionale: inizia il mito.

(Tutte le citazioni sono tratte dal volume contenente il diario dello scavo, scritto da Howard Carter insieme con A.C. Mace, allora condirettore del Metropolitan Museum of Art di New York, e pubblicato in tre volumi rispettivamente nel 1923, nel 1927 e nel 1933. In Italia viene pubblicato da Garzanti nel 1973 con il titolo “Tutankhamen”).