
Di Paola Redemagni
Sedici gradini scavati nella roccia conducono a una porta intonacata e sigillata con il sigillo della necropoli reale e il nome del faraone: è questo il momento in cui la tomba indicata fin qui con la sigla KV 62 diventa universalmente la tomba di Tutankhamon. Dietro la prima porta si apre un corridoio alto circa due metri e mezzo e lungo otto, in lieve discesa e interamente colmo di detriti che fu necessario sgomberare completamente prima di arrivare ad una seconda porta.
Oltre questa si apre l’anticamera: una stanza rettangolare, larga 8 metri, profonda 3 e colma di oggetti meravigliosi. Gli Egizi credevano che l’esistenza proseguisse nell’oltretomba con i riti e le consuetudini già adottati in vita e per questo stipavano le tombe con gli oggetti che avrebbero continuato a servire al defunto anche dopo la morte: abiti, armi, arredi, vasi, stoviglie, parrucche, cosmetici, giochi, gioielli, talismani, cibo, offerte votive e una serie di sculture dette ushabti, che avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori gravosi che avrebbe dovuto svolgere nell’aldilà, rendendo la sua vita più confortevole. (Tutankhamon – La scoperta)

Fra i reperti più notevoli gli scopritori trovano tre grandi letti con i fianchi e le teste scolpiti in forma di leone, di vacca, di ippopotamo; un abito sacerdotale in pelle di leopardo, con stelle in oro e argento e la testa di leopardo in oro; cocchi interamente rivestiti d’oro e decorati con intarsi in vetro e pietre colorate.
Ma l’oggetto più stupefacente rinvenuto nell’anticamera è un trono ricoperto in oro e riccamente intarsiato, la cui ricchezza contrasta con la delicatezza della scena rappresentata sullo schienale. Il re e la regina sono ritratti in una delle sale del palazzo: i pilastri sono ornati da ghirlande di fiori e dall’alto il sole irradia i suoi raggi protettori sui due sposi. Tutankhamon siede in atteggiamento rilassato, un braccio appoggiato alla spalliera, mentre la regina cosparge di profumo il suo collare. Una scena intima, poco convenzionale in un ambito di corte.

Dall’anticamera di accede ad un annesso, in cui i danni prodotti dagli antichi predoni risultano particolarmente devastanti, e alla camera sepolcrale vera e propria, il cui accesso sigillato viene sorvegliato da due statue del re a grandezza naturale, dipinte di nero, con sandali, gonnellini, collare e parrucca dorati, armate di lancia e mazza.
Prima di procedere all’apertura della porta, tuttavia, gli archeologi devono disegnare una pianta particolareggiata dei locali, fotografare ogni oggetto e la sua posizione, disporre scorte di materiali per la protezione e l’imballo dei reperti, approntare una camera oscura e un laboratorio per la catalogazione e il restauro, consolidare gli oggetti più fragili. Alla fine, i reperti saranno oltre 5300, oggi custoditi per la maggior parte nel nuovo Grand Egyptian Museum di Giza.
Ma un mistero aleggia sulla tomba.

La tomba risulta piccola se paragonata a quella di altri sovrani: anche appartenendo a un faraone morto giovane, presenta una pianta semplice, poco articolata. Le opere di rifinitura risultano frettolose e solo la camera sepolcrale è decorata con pareti intonacate a gesso e dipinte in giallo a imitazione dell’oro, con scene e figure di soggetto funebre, anche se il soffitto è rimasto in nuda roccia, senza finiture.
L’impressione è che la morte di Tutankhamon sia giunta improvvisa, cogliendo impreparati i funzionari di corte che si trovano così a disporre solo dei 70 giorni necessari all’imbalsamazione per approntare una sepoltura dignitosa. È quindi probabile che abbiano deciso di adattare una tomba già in preparazione, forse quella destinata in origine al gran sacerdote Ay, che aveva affiancato il faraone quando, ancora bambino, era salito al trono e che sarebbe stato il suo successore dopo la morte del re.
Inoltre lo stato di incredibile disordine in cui vengono ritrovati gli oggetti denuncia non soltanto le incursioni dei ladri ma anche la frettolosa e approssimativa opera di riordino compiuta dai funzionari incaricati di sistemare la tomba dopo le violazioni, come se vi fosse la volontà di concludere velocemente ogni operazione connessa alla scomparsa del re e al suo ricordo.
Un’impressione confermata dagli eventi accaduti negli anni seguenti, quando il generale Horemheb succede ad Ay come faraone e inizia un’azione distruttrice nei confronti dei due predecessori, appropriandosi del tempio funebre, delle statue e dei monumenti di Tutankhamon, cancellando il suo nome dai templi e distruggendone le rappresentazioni.
Un’operazione gravissima perché per gli Egizi il nome coincideva con una delle parti vitali della persona e cancellarlo equivaleva a condannare alla morte eterna il defunto.
Paradossalmente l’oblio a cui Horemheb condanna Tutankhamon dopo la sua morte ha fornito la massima protezione al re defunto, proteggendone la tomba, la cui scoperta ha consegnato all’eternità il giovane faraone.