
Di Paola Redemagni
L’enorme testa di Medusa sembra sorgere direttamente dalla terra: con il suo sguardo allucinato ed un grido terrificante si slancia contro il giovane che sta spiccando il volo aggrappato all’elica del suo aereo. I serpenti della chioma si avvolgono attorno alla gamba dell’aviatore, a trattenerlo, a schiantarlo a terra, a trascinarlo con sé negli Inferi. Ma se si cambia prospettiva il mostro pare quasi volerlo inghiottire.
Il giovane è nudo, il corpo statuario e levigato si allontana dalla pura realtà e la trasfigura in mito classico: Umberto Fabé esce dal contingente per diventare un eroe tragico. A ricordare le circostanze della sua morte restano il casco da aviatore e l’elica dell’aeroplano, anch’essa avvinta dai serpenti tentacolari: il sergente maggiore pilota precipita nel maggio 1941 durante un volo verso la Libia, a soli 23 anni.
Si tratta di una delle tombe più fantasiose del Cimitero Monumentale di Milano.
La scultura in bronzo nero è opera di Enrico Pancera, lo stesso autore de L’angelo delle rose sulla tomba Prada Corielli, qui così lontano dalle rarefatte atmosfere tardo liberty di quel monumento. (L’angelo delle rose. Tomba Prada Corielli)

Pancera rielabora in forma scultorea la Testa di Medusa del Caravaggio, conservata agli Uffizi di Firenze e plasma la figura del giovane aviatore come quella del protagonista di un mito eroico, evocato anche dal verso inciso sulla base: Non cola ma vola, non cade ma s’alza.
Il verso è di Gabriele D’Annunzio ma – contrariamente a quanto viene raccontato spesso – non viene composto per questa tomba, anche perché nel 1941 D’Annunzio era già morto da tre anni (Gabriele D’Annunzio. Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi.).
È tratto da Notturno, la prosa lirica fra meditazione e ricordo che D’Annunzio compone nel 1916 durante la convalescenza a cui è costretto dopo il grave incidente aviatorio che lo priva di un occhio. Il brano a cui appartiene rievoca il ferimento ed è dedicato alla figura del pilota eroico che riporta in patria il poeta sacrificato, il cui sangue diventa sacro e crea un nuovo mito:
“Il fiotto si divide in miriadi, come la polvere della cascata scrosciante ove si crea l’arcobaleno. Non cola ma vola, non cade ma s’alza. Al paragone di questo aspersorio sublime, che è mai il teschio d’Orfeo fluttuante sopra la lira? Il nuovo mito è il più bello”.

E glorifica l’anima finalmente libera che vince sulla morte:
“Ella [l’anima] sapeva la morte essere una vittoria, ma non così grande.
Immortale, ella è tuttavia radiosa nella morte, e il vento del volo funebre non la svelle.
La carne era il suo peso, ed ora è il suo rapimento.
Il sangue era la sua turbolenza, ed ora è il suo miracolo.
La vita era il suo limite, ed ora è la sua libertà”.
Unberto Fabé apparteneva al Battaglione pre-avieri della Gioventù Italiana del Littorio.
Glorificandone le gesta e celebrandone la morte eroica, con questo monumento il Regime prosegue nella costruzione di un proprio mito fatto di martiri e di eroi. (Little Gaby, aviatrice)