
(Leonardo Bistolfi – L’Angelo della Morte. Cimitero Monumentale di Torino. Per gentile concessione di AFC – Torino)
Di Paola Redemagni
Chiuso nel suo mantello, ostile, fissa il visitatore con sguardo torvo.
Sotto il mantello le braccia conserte chiudono la figura interamente su se stessa: il rifiuto di qualunque contatto è totale.
L’Angelo accenna un passo verso lo spettatore: forse è un cenno di allerta, un ammonimento a non avvicinarsi. O forse il gesto lo coglie nell’atto di allontanarsi – profondamente scontento – dopo la sua missione: le ali immense si schiudono a svelare sullo sfondo una culla vuota. La decorazione ricercata e il lenzuolo ricamato ci dicono quanto fosse amato il bimbo a cui era destinata. Ma come nell’edicola Toscanini (Edicola Toscanini), anche qui parla l’assenza e la culla è colma solo di fiori che ricadono a terra e debordano verso lo spettatore.

Al contempo le stesse ali si ergono a formare una barriera ineluttabile, che non può essere attraversata e che separa lo spettatore da ciò che è stato, nello spazio e nel tempo: tutto è compiuto, non si può tornare indietro e quello spazio vuoto non può essere raggiunto. E la nostra mente torna subito al ricordo dell’angelo sterminatore che nella settima piaga d’Egitto uccide i primogeniti degli Egiziani.
Nel bozzetto esposto alla Gipsoteca Leonardo Bistolfi di casale Monferrato la scena risultava lievemente ammorbidita: l’ala dell’angelo si apriva sopra la culla, in un gesto quasi protettivo e contemporaneamente creava una quinta teatrale sufficiente a separare lo spettatore dalla scena, rendendo così più tollerabile l’immagine del dolore. Anche l’angelo appariva più aggraziato, con la veste che si apriva con eleganza a scoprire i piedi nudi mentre accennano un passo.

Nella realizzazione finale, invece, Bistolfi elimina qualunque umanità e chiude la creatura celeste in un unico blocco inquietante e solenne.
Leonardo Bistolfi per la sua prima commissione di rilievo applica una tecnica che ripeterà spesso in altre sue opere: nel Dolore confortato dalle memorie nella tomba Durio, o nel Funerale di una Vergine per la cappella Hierschel De Minerbi, solo per citarne un paio. Affida la riflessione sul mistero della morte a una scultura a tutto tondo che fa emergere in primo piano e sceglie per lo sfondo un rilievo bassissimo, appena modellato, che qui sembra relegare la culla in un mondo onirico.
Il monumento funerario Braida e Fontanella eseguito fra il 1881 e il 1883 al Cimitero Monumentale di Torino (Il Parco delle Mezzelune. Cimitero Monumentale di Torino 1) costituisce il primo approccio dello scultore al tema della morte: il suo gradimento sarà tale da indirizzare Bistolfi sempre più spesso verso la statuaria funeraria, fino a fargli guadagnare l’appellativo di Poeta della Morte (Il poeta della morte – Leonardo Bistolfi).