Vajont – Le parole negate

Di Paola Redemagni e Alessandro Timpanaro

“Barbaramente e vilmente trucidati per leggerezza e cupidigia umana attendono invano giustizia per l’infame colpa. Eccidio premeditato. Vajont 9-X-1963”

Nella notte del 9 ottobre 1963 un’enorme frana si stacca dal monte Toc, in provincia di Belluno, e precipita nel lago sottostante formato dalla diga costruita sul fiume Vajont. Sono le 22.39. Un’enorme onda supera lo sbarramento e spazza tutto ciò che trova sul suo cammino: la gente che dorme nelle case, gli animali nelle loro stalle, i paesi di Erto e Casso, frazioni e paesi, l’intera città di Longarone.

I morti sono quasi 2000.

Non è una catastrofe naturale. Al contrario, è il risultato di anni di interessi politici ed economici, di avidità, superficialità, incuria.

(Fortogna. Vecchio cimitero. Vittime del Vajont. Foto di Alessandro Timpanaro)

Qui non troverete le foto della devastazione, del cantiere, della diga, della frana, di quello che c’era e che non c’è più.

Qui raccontiamo questa storia da un altro punto di vista.

I familiari e i sopravvissuti raccolgono i loro cari nel cimitero di Fortogna e sulle loro tombe pongono croci bianche e lapidi e angeli e fotografie. Qualche volta sono lapidi piccole, perché non tutto è stato trovato. Qualche volta sono lapidi collettive. Qualche volta sono anche tombe vuote. Per ricordare.

Su 1464 sepolture, 701 avevano un nome, 763 no: non era stato possibile darglielo.

(Fortogna. Memoriale delle vittime del Vajont. Di Tor91 di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33394440)

Ma se andate oggi a Fortogna troverete poco del vecchio cimitero frequentato dalla gente del paese: nel 2003 le tombe sono state sostituite con un pretenzioso memoriale che sceglie la formula asettica della sepoltura collettiva.

Allineate sul prato centinaia di cippi in marmo, privi di qualunque segno distintivo, azzerano ogni differenza fra gli scomparsi.

E poiché i defunti non sono stati spostati, vi ritrovate a camminare sulle loro sepolture senza sapere dove si trovano i loro corpi e dov’è la persona a cui corrisponde la pietra che state guardando.

Nessuna scritta, le foto poste solo più tardi, dai familiari.

Quei cippi hanno cancellato le vecchie lapidi ma chi le aveva poste, curate, custodite, sogna di poterle riportare alla luce, perché avevano molto da dire: spesso erano precisi atti di accusa e per questo, forse, davano fastidio.

(Fortogna. Vecchio cimitero. Vittime del Vajont. Foto di Alessandro Timpanaro)

I memoriali collettivi hanno il compito di esaltare un unico valore comune: come nei sacrari di guerra, come negli ossari delle grandi epidemie, le persone scompaiono, vittime unite dalla stessa tragica fatalità.

Ma qui non si è trattato di fatalità e le vittime sono state ridotte al silenzio.

Fortunatamente, le lapidi sopravvivono ancora, chiuse in un deposito, e grazie a persone come Alessandro Timpanaro – che ne ha salvato la memoria – possono ancora parlare.

A perenne memoria dei loro sacrifici i fratelli e nipoti (…) ricordano i loro 35 famigliari scomparsi. 9-10-1963

Strappati alla vita dall’immane tragedia del Vajont. 9 – 10 – 1963

(…) Ero la terza di sei fratelli. Avevo 14 anni e molte, care speranze…

Scomparsa a Longarone nella tragica notte del 10 ottobre 1963 dove si trovava per adempiere al suo dovere di insegnante

Deceduto nella sciagura del Vajont assieme ai suoi cari qui presenti nella sola effigie, non avendo l’onda del mare ancor restituito le loro desiderate salme. I famigliari posero.

 Disperso dalla furia del Vajont nell’adempimento del suo lavoro sulla diga: privandolo dell’affetto dei suoi cari. La famiglia.

Ai fratelli (…) di Sospirolo dispersi dalla furia delle acque del Vajont, lasciano nel più profondo dolore un indimenticabile ricordo. Mamma e papà.

A. O. disegnatore Edile, anni 24, rivivrai nel mio ricordo.

Fiorista. Dispersi.

(…) anni 25 ti rivedo nel sogno ridente come allora ridente e lieta come sempre ti vidi.

(…) anni 1 ti sogno sempre mio piccolo bello, vivo, ancor più vivo di allora. Papà.

Suor Gianluigia (…)  anni 47, suor Liantonia (…) anni 34, suor Lucina (…) anni 29, suor Arcangela (…) anni 24, delle Piccole suore della Sacra Famiglia di Castelletto sul Garda Verona. Insieme operarono nella scuola materna di Longarone, insieme perirono nella sciagura del Vajont. Più che il marmo il fraterno amore e la preghiera rendano perenne il ricordo del loro sacrificio.

Alla memoria di (…) tragicamente periti nella sciagura del Vajont perché il loro olocausto resti perennemente di monito di esempio e di studio ad operare per una società più giusta e cristiana.