
Di Paola Redemagni
La costruzione di un cimitero posto al di fuori dell’area urbana diventa una necessità a partire dal 1807, dopo il recepimento in Italia dell’Editto di S.Cloud.
Il primo disegno per il nuovo cimitero della città viene presentato il 23 marzo 1807 da Domenico Marchelli, architetto del Pubblico (si chiama proprio così!), tenendo conto delle necessità di una popolazione stimata compresa fra le 15 e le 20mila anime.
Marchelli si forma all’Accademia di Brera di Milano, con Giuseppe Piermarini e Giocondo Albertolli: i massimi esponenti del Neoclassicismo, lo stile architettonico che si impone sulla scena internazionale a partire dal Settecento. Quando nel 1789 si trasferisce a Reggio Emilia, porta con sé anche il neoclassicismo milanese. Nominato Architetto della Municipalità nel 1797, sarà il protagonista incontrastato dell’architettura reggiana per 30 anni.

Marchelli propone una struttura a pianta quadrata: un recinto porticato contornato da cipressi, con un semplice ingresso ad arco timpanato. Il perimetro del cortile è ritmato da arcate ribassate a tutto sesto, che poggiano su un basamento a formare 9 finestre, sotto ognuna delle quali l’architetto pone un’arca classica. La chiesa viene posizionata di fronte all’ingresso.
L’anno seguente (1808) viene approvata la versione definitiva, che sarà poi effettivamente realizzata e che prevede un ampliamento del quadriportico, che passa così da 9 a 15 arcate.
Il recinto verrà edificato a sud ovest della città, fuori Porta Castello, accanto al vecchio Cimitero Presbiteriale costruito nel 1631 per seppellire i morti di peste. In agosto vengono acquistati i terreni necessari, ma poiché la costruzione va a rilento, si rende necessario rimettere in funzione il cimitero Presbiteriale e la cappella dei santi Grisante e Daria.

Inizialmente si costruiscono soltanto il muro perimetrale, l’ingresso e le prime due campate del portico laterale, che dovevano servire come modello per quanti – famiglie, corporazioni, gruppi sociali – desiderassero una sepoltura privata e di prestigio, da completare a proprie spese.
Il complesso si configura quindi come una sorta di work in progress che, se da un lato assicura l’effettiva sostenibilità dell’esecuzione – in quanto le arcate e i sepolcri vengono realizzati solo dopo che l’impegno economico è già stato onorato – dall’altro determina un inevitabile rinvio della conclusione dei lavori.
Nel 1809 viene completato il muro perimetrale, che mantiene la traccia delle 60 arcate da realizzarsi: a beneficio dei futuri acquirenti, che così possono verificare direttamente l’ampiezza e l’esposizione del lotto desiderato.
Sempre su disegno dell’architetto Marchelli, nel 1819 si costruisce la chiesa che presenta navata unica, volta a botte e un’abside semicircolare affrescata con la Resurrezione da Giannino Tamagnini.

Agli inizi degli anni Trenta dell’Ottocento il cimitero si rivela insufficiente. Tra il 1841 e il 1844 si acquistano quindi altri lotti di terreno a est dove, a partire dal 1835, veniva effettuata la sepoltura dei colerosi. Si sposta a est il cimitero degli Svizzeri – che la comunità aveva realizzato negli stessi anni accanto al cimitero principale – e si realizza un secondo campo di sepoltura. La chiesa viene a trovarsi ora al centro del complesso.
Nel 1885 l’ingegnere P. Versè progetta a sinistra del viale centrale il primo fabbricato destinato ai colombari e realizza un edificio cubico in stile dorico, rialzato rispetto al suolo dal basamento dovuto al piano seminterrato.
Il cimitero si conclude a levante con il lungo e scenografico edificio a colombari, costruito a partire dal 1902 e ampliato successivamente fino al secondo dopoguerra: oggi misura 173 metri e presenta una marcata monumentalità e un’incredibile prospettiva, accentuate dalla volta a botte lavorata a lacunari, di forte impatto grafico, e dalle tre cupole decorate.