
di Paola Redemagni
La sua tomba si trova al al campo Primitivo del Cimitero Monumentale di Torino (leggi anche: Campo Primitivo. Cimitero Monumentale di Torino 2), in corrispondenza del Nicchione 266: un semplice obelisco in pietra chiara, sormontato da una croce latina. Nella parte superiore è scolpito a bassorilievo il ritratto di profilo dello scrittore: all’interno di un tondo, secondo i modelli dell’arte classica, che riservava a dèi ed eroi il ritratto chiuso nella cornice curva del clipeo, lo scudo dei soldati.
L’epigrafe sottostante recita:
Silvio Pellico
Nato in Saluzzo
Il 24 giugno 1789
Morto in Torino
Il 31 gennaio 1854
Sotto il peso della croce
Imparò la via del cielo
E l’insegnò.
Cristiani pregate per lui
E seguitelo.
Nel 1904 viene aggiunta una corona d’alloro in bronzo con la targa:
“La città di Saluzzo al suo figlio diletto nel primo cinquantenario della morte”.
Altre due corone in bronzo sono collocate sui lati.

Silvio Pellico moriva il 31 gennaio 1854, a 65 anni. Gli ultimi li aveva trascorsi a Torino, al servizio del marchese Tancredi di Barolo e di sua moglie Giulia, come curatore della biblioteca di palazzo. Un incarico che gli consentiva tranquillità dopo gli anni politici della Carboneria e la detenzione allo Spielberg, che lo aveva segnato nel corpo e nello spirito. A quel tempo lo si vedeva camminare faticosamente per le vie della città, trascinando la gamba sinistra, a lungo incatenata, afflitto dall’asma, mentre rientrava a Palazzo Barolo, nell’attuale via delle Orfane 7, dove si custodiscono ancora il suo scrittoio e gli strumenti di lavoro.
Fu amico di Foscolo, drammaturgo, poeta, patriota. Trasferitosi a Milano a 20 anni, era entrato in contatto con gli ambienti patriottici e romantici. Divenuto segretario e precettore del conte Luigi Porro Lambertenghi, aveva collaborato attivamente al Conciliatore: il periodico letterario e politico voluto dallo stesso Lambertenghi e dal conte Federico Confalonieri, attorno a cui si riconosceva la parte più illuminata della società.

Soppresso il periodico, aveva aderito alla Carboneria, la società segreta che in Lombardia si opponeva al governo austriaco. Scoperto e arrestato, fu condannato nel 1821 alla pena di morte, commutata poi in 20 anni di carcere duro da scontarsi nella fortezza dello Spielberg, da cui uscì – graziato – nel 1830 ma piegato nel corpo e nello spirito.
Alla vicenda dedica il volume Le mie prigioni, la sua opera più nota, pubblicata nel 1932, che diventa l’emblema degli ideali risorgimentali e il cui successo contribuì ampiamente ad aumentare il clima di condanna politica intorno al governo austriaco.