Verona, Cimitero Monumentale

P.V. m

(Veduta del cimitero di Verona, Civiche Raccolta delle Stampe A.Bertarelli, Milano)

Di Paola Redemagni

Per trovare la tomba di Giulietta bisogna raggiungere il Museo degli Affreschi, un tempo convento di San Francesco al Corso, entrare nel chiostro, scendere una stretta scala in pietra e raggiungere la cripta: qui si trova il sarcofago in marmo rosso che la tradizione attribuisce alla sfortunata fanciulla.

Poco importa che i due giovani in realtà siano nati a Udine, che Romeo si chiamasse Luigi da Porto e Giulietta Lucina Savorgnan e che nessuno dei due abbia avuto l’insana idea di suicidarsi. Poco importa che, così come la vediamo ora, la tomba risalga al 1937, voluta non dalle due famiglie pacificate dalla tragedia ma dall’allora direttore dei Musei Civici Antonio Avena, desideroso di adattare la città al dramma shakespeariano e di offrire ai turisti luoghi all’altezza delle loro aspettative.

L’amore romantico esige immaginazione.

In maniera più pratica, l’11 novembre 1804, quando la Municipalità decreta la definitiva proibizione di tumulare all’interno delle chiese cittadine, sorge l’immediata necessità di un nuovo camposanto. Questo viene eretto poco distante dalla chiesa della SS.Trinità, sull’altopiano accanto alla caserma del Campone, dove dal 1702 si inumavano i soldati di stanza in città.

Ma, una volta completato, si rivela inadeguato, sia per le dimensioni, sia per l’abbandono in cui vengono lasciati i defunti. Si preferisce quindi adattare allo scopo i chiostri ed il vecchio camposanto del convento di S.Bernardino, che gode di prestigio storico, artistico e sociale presso le famiglie più agiate della città. Il monastero diventa così il cimitero riservato alle classi alte mentre alla SS.Trinità si continua a seppellire la gente comune.

Negli anni seguenti, la crescita continua della città rende insufficienti entrambi i luoghi. Così, nel 1826, il Consiglio Comunale decide di erigere un nuovo cimitero fuori Porta Vittoria. I lavori vengono affidati all’Ingegnere d’Ufficio Giuseppe Barbieri.

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(Ingresso del camposanto. Foto dell’autore)

Il 31 dicembre 1827 cessano le sepolture presso S.Bernardino; il 16 aprile dell’anno seguente entra in funzione il nuovo complesso. Nello stesso mese smette di funzionare anche la SS.Trinità.

Il nuovo complesso piace molto ai contemporanei che vi trovano espressi imponenza, monumentalità, solennità e celebrazione della borghesia locale.

Presenta pianta quadrangolare e doppio ambulacro. Le campate sono numerate e destinate all’acquisto delle famiglie abbienti. Il campo centrale, destinato alle sepolture comuni, è diviso in quattro porzioni da due viali ortogonali. Dove i viali incontrano il porticato perimetrale, sorgono quattro edifici: l’ingresso monumentale, la chiesa e i due Pantheon destinati alle personalità illustri della città, intitolati Ingenio Claris e Beneficis in Patriam.

Vi sono ammessi i veronesi di nascita o d’adozione che si sono distinti nei confronti del prossimo o della patria, senza alcuna distinzione di sesso, condizione o fede politica. Le onoranze prevedono una scala di merito: statua, busto, medaglia, lapide singola, lapide collettiva. La presenza in loco del corpo non è strettamente necessaria.

Nel gennaio 1838, a seguito della morte del Barbieri, la direzione dei lavori passa all’architetto Ronzani, amico e collaboratore. Nel 1844 sono completati la chiesa e l’ossario sottostante; nel 1850 il Pantheon Ingenio Claris; nel 1882 l’ingresso monumentale e nel 1884 il Pantheon Beneficis in Patriam.

Nel 1909 viene aggiunto un nuovo ossario. A parte gli ampliamenti moderni, il complesso può dirsi concluso.

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