Nella cripta dei Cappuccini

Calcedonio_Reina_-_Love_and_Death

(Calcedonio Reina – Amore e morte 1881. olio su tela. Catania, Museo Civico Castello Ursino. Public domain by Wikipedia)

“(…) Infine il corpo era stato portato alle catacombe dei Cappuccini per l’imbalsamazione. Lei avrebbe preferito che riposasse sotto terra ma Mariano e il signor fratello Signoretto  erano stati irremovibili: il duca Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, barone di Scannatura, conte della Sala di Paruta, marchese di Sollazzi, doveva essere imbalsamato e conservato nelle cripte dei Cappuccini come i suoi avi.

Erano discesi nelle catacombe in molti, inciampando negli strascichi, rischiando di mandare a fuoco con le torce il catafalco, in un traffico di mani, scarpe, cuscini, fiori, spade, livree, candelabri. Poi erano spariti tutti e lei si era trovata sola col corpo nudo del marito morto mentre i frati preparavano il colatoio e la cella del salnitro (…)

I suoi occhi si erano posati più in là sopra tre vecchi dalla pelle incatramata incollata alle ossa che la fissavano dalle pareti a cui erano agganciati per il collo, le mani scheletriche legate sul petto con un laccio.

Sopra gli scaffali di legno laccato giacevano altri morti: donne eleganti nei loro vestiti di festa, le braccia incrociate sul petto, le cuffie dagli orli ingialliti, le labbra stirate sui denti. Alcune stavano lì allungate da qualche settimana e mandavano un odore acuto di acidi. Altre erano lì da cinquant’anni, un secolo e avevano perso ogni odore.

Un’usanza barbara, si diceva Marianna (…)”.

(Dacia Maraini – La lunga vita di Marianna Ucrìa. 1990, Rizzoli, Milano)

 

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