Regina senza corona. La Bella Rosina.

Victor_Emmanuel_II_with_morganatic_wife_and_their_children - Copia

(Autore sconosciuto, Rosa Vercellana con Vittorio Emanuele di Savoia e i figli. Public domain by Wikimedia Commons)

Mi chiamo Rosa Vercellana ma tutti mi chiamano “la Bela Rosin”. Alcuni con affetto, altri con disprezzo perché per trenta anni io sono stata la compagna del Re.

Veramente quando ci siamo conosciuti lui non era ancora re: era semplicemente il Duca di Savoia. Io avevo 15 anni ed ero figlia della guardia del corpo di suo padre Carlo Alberto. Tutto mi era contro: troppi gli anni di differenza, troppa la distanza sociale, una moglie troppo nobile – Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena – troppi figli, troppe amanti, troppa ragion di stato.

Ma era amore vero e lo sarebbe stato per tutta la vita, anche se la nobiltà mi ha sempre considerato un’intrusa, indegna di qualunque riconoscimento. Per me non c’era posto a corte. Allora ci si sposava secondo il proprio rango, l’importante era che ciascuno stesse al suo posto. Io non l’ho fatto.

Con me Vittorio Emanuele per qualche ora poteva dimenticare la guerra, l’esercito, Cavour e Garibaldi, l’Italia da unificare e Roma da conquistare. Lui che detestava i riti della corte, le cerimonie, la ritualità esasperata, da me trovava il calore di una casa, un nido accogliente e i nostri due figli: Vittoria e Emanuele. Smetteva la spada e la corona per un sigaro, una veste da camera e un bicchiere di cognac. Insieme andavamo a caccia e a cavallo e giocavamo a carte e a biliardo e facevamo onore alla tavola che preparavo: agnolotti, risotto al tartufo, bagna cauda, lumache, tajarin, il pollo alle cipolle e le fette di arancia zuccherate e impregnate di rosolio. Talvolta avevamo qualche amico fidato a cena: Costantino Nigra o Umberto Rattazzi. Cavour no, Cavour mi detestava: io ero il discredito della corona.

Quando nel 1855 la regina morì, ben altre erano le pretendenti al suo fianco. Ma lo legava a me una parola d’onore: non avrebbe sposato nessun’altra, quando avesse potuto e il matrimonio sarebbe rimasto segreto e io non sarei mai stata regina… Se qualche colpa abbiamo avuto, è solo quella di esserci amati alla follia.

Per tacitare le nobili malelingue, l’11 aprile 1858 mi fece Contessa di Mirafiori e Fontanafredda e il 7 novembre 1869 mi ha sposata davvero: alle Cascine Vecchie di San Rossore, dopo giorni passati al suo capezzale, con i medici che temevano per la sua vita, ha voluto mantenere la promessa fatta. Moglie morganatica, moglie segreta: un legame non riconosciuto dall’anagrafe, escluso dai diritti di successione. Ma indissolubile.

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(Uccio “Uccio2” D’Ago…Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license)

Non è bastato. Non ero con lui alla solenne inaugurazione del primo parlamento italiano e non ero accanto a lui quando lo hanno proclamato Re d’Italia. Il mio status non lo consentiva. Non ero accanto a lui nemmeno il 9 gennaio 1878, quando la polmonite me lo ha portato via. Uniti in vita, separati in morte: per lui gli onori del Pantheon, dove io non potevo entrare. Pensavo di riposare accanto ai miei genitori, nella chiesa della Visitazione a Mirafiori ma i miei figli non hanno voluto e hanno costruito per me una replica esatta del Pantheon, solo un po’ più piccolo. Lo potete vedere sulla strada che portava al castello di Mirafiori: un grande mausoleo neoclassico di 16 metri di diametro, progettato dall’architetto Angelo Demezzi e costruito tra il 1886 e il 1888. Sul frontone del pronao il motto di famiglia: Dio Patria Famiglia.

Per quasi un secolo io, i miei figli, i miei genitori abbiamo riposato qui, oggi abbiamo un rifugio più sicuro al Cimitero Monumentale di Torino (Il Parco delle Mezzelune. Cimitero Monumentale di Torino 1, Campo Primitivo. Cimitero Monumentale di Torino 2) per sfuggire a quanti hanno profanato il nostro riposo, alla ricerca dei gioielli di famiglia. E il mausoleo,  acquistato nel 1970 dal Comune di Torino, ha una nuova vita fatta di eventi, di letture e di spettacoli, come quelli a cui amavo partecipare quando ero in vita.