Aldo Rossi e il nuovo cimitero di Modena

Di Paola Redemagni

Affacciato sull’autostrada, il nuovo camposanto di Modena si configura volutamente come una città, con le sue abitazioni e le sue fabbriche, un vero e proprio quartiere urbano di edilizia popolare in cui i defunti abitano condomini a due o più piani e la cui forma verrà ripresa dal progettista, con lievi varianti, al momento della progettazione del quartiere Gallaratese a Milano.

Il concorso bandito nel 1971 dal Comune di Modena per l’ampliamento del cimitero ottocentesco di San Cataldo viene vinto dall’architetto Aldo Rossi con il suo progetto “L’azzurro del Cielo” che però, a 50 anni di distanza, risulta ancora ampiamente incompiuto.

Qui l’identità fra spazio abitativo, lavorativo e sepolcrale è dichiaratamente perseguita nel rapporto fra casa deserta, tomba e lavoro abbandonato.

Del resto, il legame fra urbanistica e necropoli, almeno in Italia si mantiene strettissimo, dal momento che le nostre città si ritrovano a convivere con le testimonianze del proprio passato, con necropoli romane, etrusche, greche, sannite. La città diviene allora il luogo dell’incontro fra passato e presente, fra gli uomini e quegli antenati che plasmarono la città prima di loro.

L’elemento caratterizzante dell’intero camposanto è costituito dagli edifici dei colombari, sorta di spina centrale dell’intero complesso. Lunghi percorsi porticati delimitano le grandi corti destinate ai campi di inumazione. L’asetticità degli edifici viene parzialmente addolcita dagli intonaci rosati che immergono il camposanto in una luce di perenne tramonto mentre i tetti di lamiera azzurra ispirano il titolo del progetto.

(Aldo Rossi, Nuovo cimitero di San Cataldo, Modena. Foto dell’autrice)

Alle due estremità del complesso, il progetto prevede due grandi edifici, sorta di monumenti collettivi: il sacrario e la fossa comune.

Il sacrario è destinato a raccogliere i caduti in guerra e le spoglie provenienti dal campo protestanti e dai campi ventennale e trentennale del vicino cimitero di San Cataldo.

La costruzione ricorda una casa, ma una casa incompiuta e abbandonata: la casa della vita che diviene dimora dei morti.

Si presenta come un enorme cubo in cemento armato, traforato da finestre ma privo di tetto e di serramenti, dipinto in rosso a imitazione del laterizio. Le finestre sono vuoti passaggi d’ombra fra esterno e interno, fra spazio reale e spazio della morte. Con le sue forme pure e i tagli perfetti, l’edificio ricorda da un lato l’architettura dell’EUR, dall’altro gli scenari metafisici della pittura di De Chirico, privi di qualunque presenza umana.

All’altra estremità del complesso degli ossari dovrebbe alzarsi il grande cono in cemento sovrastante la fossa comune: attraverso il richiamo alla ciminiera di una fabbrica abbandonata, allude da un lato al mondo del lavoro, dall’altro richiama alla memoria le ciminiere dei campi di sterminio. All’interno della struttura una serie di gradoni dovrebbero condurre alla pietra tombale che ricopre la fossa destinata ad accogliere le spoglie di chi non ha nessuno. A loro Aldo Rossi dedica il monumento più alto, ancora irrealizzato.

Nel breve spazio che separa fra loro gli edifici destinati agli uffici, sorgono le cappelle familiari, tutte uguali fra loro: scarni parallelepipedi di marmo dai tetti di rame, dove solo i nomi sui frontoni ricordano che i loro occupanti un tempo avevano vite, volti, risate, individualità diverse.

A loro volta le cosiddette sepolture di prestigio sono risolte con una fila di sarcofagi in marmo candido, identici fra loro.

(Di dalbera from Paris, France – Palazzo della civiltà del lavoro (EUR, Rome), CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24669006)

Nella progettazione del cimitero di San Cataldo si riconoscono gli insegnamenti dei maestri dell’architettura: l’opera degli Illuministi Louis Boullèe e Ledoux ma anche l’architettura funebre neoclassica, Le Courbusier, il razionalismo, l’architettura del Ventennio e le suggestioni della pittura metafisica, De Chirico in particolare.

Resta tuttavia il dubbio che il progetto risponda innanzitutto a esigenze più pratiche che spirituali, legate alla sola funzionalità, regolamentazione e gestione – anche economica – dello spazio della morte.

Si assottiglia allora quel sottile confine di mistero che faceva sacro il recinto funerario, riconoscendone il luogo intorno a cui una comunità si raccoglie e custodisce la parte mortale della propria memoria comune.