Il Dramma Eterno: Scultura e Morte nel Cimitero di Staglieno – Tomba Celle

di Paola Redemagni

Il dramma si è consumato. La lotta si avvia al termine.

La Morte ha vinto: abbandonata dalle ultime forze, la fanciulla ormai spossata si arrende al suo potere. La mano scheletrica che le cinge il polso non ha nemmeno più bisogno di stringersi.

Gli occhi si chiudono, il corpo si abbandona.

Una farfalla appena posata sui capelli si appresta a spiccare il volo: è l’anima che si appresta a fuggire, in accordo con la simbologia antica che identificava con un’unica parola – psyche –  la farfalla e il soffio vitale, entrambi fragili e alati.

(Camillo Ferrari, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons)

Lo stesso sudario avviluppa la donna e la sua carnefice: avvolge le belle gambe in un abbraccio mortale da cui non è possibile svincolarsi, e rivela tutto l’orrore della figura velata: la stoffa che vi aderisce svela il teschio sottostante e l’inquietante vuoto delle orbite.

Le due figure si reggono in equilibrio sopra un globo terrestre attraversato da una fascia di stelle, a simboleggiare l’unità del cosmo – terrestre e celeste – che costituisce il teatro della tragedia. Nel suo movimento di abbandono, la fanciulla sembra scivolare lungo la superficie curva, mentre la figura della Morte appare ben stabile: quasi a rimarcare l’immutabilità del suo predominio sul mondo.

Non a caso il gruppo si intitola: Il dramma eterno.

Eseguita a Roma nel 1893 e posta in opera l’anno seguente, l’opera era stata commissionata dalla famiglia del ricco commerciante Valente Celle, che in punto di morte aveva chiesto di realizzare un sepolcro in cui poter riposare insieme con i fratelli.

Giulio Monteverde idea una tomba dalla struttura complessa che unisce architettura, scultura e il cromatismo proprio della pittura.

L’apparato decorativo è ricchissimo e dichiara esplicitamente tutte le possibilità economiche della famiglia. Stilisticamente, unisce richiami classici e un simbolismo che si riallaccia alle correnti artistiche europee più aggiornate.

(Firenze, basilica di Santa Croce. Bernardo Rossellino. Tomba monumentale di Leonardo Bruni (1445-50). Dal sito: Santacroceopera).

L’impostazione architettonica segue la struttura del nicchione del porticato superiore di levante in cui si trova, e richiama da vicino le tombe monumentali ospitate in Santa Croce, a Firenze, con le loro strutture a tempietto.

Un’imponente cornice ad intrecci delimita lo sfondo in marmo giallo di Siena, che nella sua semplicità e nel colore potrebbe richiamare gli sfondi color oro dei dipinti trecenteschi, in cui la doratura rappresentava la luce divina e una dimensione spirituale e ultraterrena. Una dimensione atemporale che si adatta bene al messaggio universale rappresentato dal gruppo scultoreo, che celebra la lotta della Vita contro la Morte.

Una ricca decorazione ispirata ai temi classici arricchisce le lesene laterali e la mensola che funge da basamento.

(Giulio Monteverde, Tomba Celle: dettaglio del sarcofago. Foto dell’autrice)

Ricchissimo anche l’apparato decorativo del sarcofago sottostante, in marmo violaceo e bronzo: al centro troviamo il medaglione con il profilo del defunto, festoni augurali e, ai lati, due genii alati.

Il timpano del sarcofago reca la scritta: “Valente Celle. Professò nobilmente mercatura, passò di vita memorato e rimpianto. Qui volle seco nella pace e nella speme della tomba premortigli i fratelli soci carissimi G.Battista e Angelo”.

Il gruppo scultoreo realizzato da Monteverde, di forte impatto drammatico, fa della tomba Celle una delle più ammirate del cimitero di Staglieno: le due figure intercettano l’inquietudine che permea la cultura europea negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento. Il tema del vano tentativo della Vita di sottrarsi alla Morte permette allo scultore di sviluppare la stretta connessione fra sensualismo e immaginario macabro: tra la sensualità della bella e giovane donna che impersonifica la Vita e la rigida impassibilità cadaverica – vero rigor mortis – della Morte.

Monteverde fa propria la teoria simbolista illustrata da J. Moréas nel suo Manifesto  (1886), secondo cui compito dell’arte è quello di rivestire l’Idea di una forma sensibile che, attraverso una rete di analogie, ne esprime le potenzialità allusive, e contrappone la nuova corrente artistica allo stile naturalista, ormai in declino.