Whisky facile per Fred Buscaglione

di Paola Redemagni

C’è sempre qualcuno che lascia una bottiglia di whisky o un pacchetto di sigarette sulla tomba di Fred Buscaglione, fra la piccola edicola in marmo vegliata dalla Madonnina e la lapide con il ritratto in bronzo e le note dell’Ave Maria di Schubert.

Whisky e sigarette, che facevano la sua voce roca, da ‘duro’, ben intonata al personaggio che si era costruito e che gli aveva regalato il successo meritato e la fama. Ci aveva messo tanto a raggiungerli: dalle origini modeste ma in una casa piena di musica agli studi al Conservatorio di Torino, la sua città; dalle jam session con gli amici alle sale da ballo; dai teatri di periferia ai night-club; poi finalmente il cinema e la televisione.

Compositore e musicista, suonava otto strumenti compresi violino, contrabbasso, pianoforte, tromba, sassofono e fisarmonica e aveva fama di ottimo solista jazz.

I primi dischi li aveva incisi proprio nella sua città nel 1945 ma per diventare famoso si era inventato il sorriso ironico, i baffetti da gangster e il cappello sugli occhi, nella parodia ironica del duro americano. Nelle sue canzoni mescolava jazz e gin, sparatorie e scazzottate in una versione umoristica dell’America negli anni ruggenti, popolata da gangster e pupe tutte curve, platinate e vestite di lamé, in grado di stenderti indifferentemente con un gancio al mento o un colpo di fucile.

Nascono le criminal song: Eri piccola, Che bambola! Whisky facile, Che notte! Teresa non sparare.

Ma negli ultimi tempi ‘Fred il duro’ sembrava essersi stancato del cliché che si era cucito addosso. Nelle canzoni metteva più tenerezza e sognava di abbandonare il personaggio per tornare ad essere solo Ferdinando Buscaglione.

(Fred Buscaglione con la moglie Fatima. Di sconosciuto – Grand Hotel 1960, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4450948)

Se ne va all’alba del 3 febbraio 1960 schiantandosi con la sua Ford Thunderbird rosa contro un camion, a Roma, dopo una notte passata tra lavoro e svago, tra l’albergo Rivoli, dove aveva lavorato fino alle 22 con il suo paroliere, e la taverna Margutta, tra il dancing in via Veneto dove si sarebbe esibito la settimana seguente e il ristorante dove raggiunge gli amici. L’ultima foto, scattata a cena, lo ritrae elegantissimo ma con lo sguardo stanco, provato dalla notte.

Distrazione, stanchezza, la certezza della strada sgombra a quell’ora del mattino. Arriva in ospedale sdraiato su un cappotto, steso fra le file di sedili di un autobus che i soccorritori fermano in mezzo alla strada, mentre torna in rimessa.

(Torino, Cimitero Monumentale. Tomba Buscaglione. Foto dell’autrice)

Centinaia di persone gli danno un primo addio nella chiesa del Sacro Cuore di Maria, dove è presente tutto il mondo della musica leggera e del cinema. Poi Buscaglione raggiunge Torino per l’ultima volta. I funerali si svolgono nella chiesa di Santa Giulia ed il concorso di folla è secondo solo ai funerali della Grande Torino. I versi dell’ultima canzone, dedicata alla moglie e composta poche ore prima della morte hanno il sapore del commiato: “Sono partito: un addio senza baci / sono fuggito per fuggire da te / la tua ombra che mi segue nell’ombra / è un tormento senza fine per me”.