
di Paola Redemagni
S.Ambrogio muore a Milano nella notte tra il 3 e il 4 aprile 397 d.C., Sabato Santo, dopo essersi comunicato e aver trascorso le ultime ore in preghiera. Ha circa 60 anni e una salute precaria, conseguenza dell’età, della vita militare condotta in gioventù, di una vita di sobrietà, del continuo impegno politico e religioso.
Il racconto del decesso e dei funerali redatto dal suo biografo Paolino è costellato di prodigi, come quello che coinvolge il vescovo della Chiesa di Vercelli Onorato che, ritiratosi per riposare, viene richiamato per tre volte da una voce ultraterrena che gli intima: «Alzati, affrettati, poiché egli è in punto di morte».
Dopo il decesso, il corpo viene portato nella cattedrale, dove rimane esposto nel corso delle celebrazioni notturne della veglia pasquale, durante cui molti bambini sostengono di vederlo ascendere alla cattedra posta nel presbiterio della chiesa o seduto su di essa, mentre altri sostengono di vedere una luce brillare sopra il suo corpo.

Il mattino di Pasqua, terminate le celebrazioni, in mezzo a una folla sterminata fatta di cristiani, giudei e pagani di ogni condizione, età e sesso, Ambrogio viene traslato alla Basilica Martyrum, che oggi porta il suo nome ma che al tempo era dedicata ai martiri Protaso e Gervaso, i cui corpi erano stati rinvenuti durante il suo ministero, e dove aveva preparato la propria sepoltura.
Il legame che univa Ambrogio a Milano era – ed è tuttora – fortissimo, pur essendo nato altrove: a Treviri, per l’esattezza, all’epoca Gallia e oggi Germania. A Milano era arrivato in qualità di amministratore della giustizia: il suo rigore gli aveva presto guadagnato la stima del popolo che, alla morte del vescovo ariano Aussenzio nel 374, lo aveva acclamato vescovo. Con una procedura eccezionale, nel volgere di una settimana Aurelio Ambrogio era stato battezzato, ordinato sacerdote e consacrato vescovo. Era il 7 dicembre 374.
Nel corso della sua vita fu il punto di riferimento non solo religioso ma anche politico e civile per la città, che difese dalle eresie dell’epoca: per questo talvolta viene rappresentato con una sferza in mano, come al Tempio della Vittoria (vedi: Tempio della Vittoria – Sacrario dei caduti milanesi ). Dotò Milano di una cerchia di basiliche costruite lungo le principali vie di accesso alla città e di un rito liturgico diverso rispetto a quello romano, osservato ancora oggi.

Durante il IX secolo, l’arcivescovo Angilberto II fece spostare le spoglie di Ambrogio e dei due martiri all’interno di un sarcofago romano in porfido rosso egiziano – la pietra pregiata riservata agli imperatori – che venne collocato al di sotto del meraviglioso altare d’oro che lo stesso Angilberto aveva fatto realizzare per la basilica. Nel 1871 i resti vennero ricollocati in due nuove arche in cristallo per consentire ai fedeli l’accesso diretto alle reliquie; queste furono nuovamente sostituite nel 1897 con una nuova urna in cristallo, decorata da un fregio di angeli, che le custodisce ancora oggi.
Nel corso del 2018 il corpo del patrono di Milano è stato oggetto di un interessante progetto affidato al Laboratorio di Antropologia e Odontologia forense di Milano, diretto dalla professoressa Cristina Cattaneo, indirizzato non solo a verificare lo stato di conservazione delle reliquie ma anche a confrontare i dati storici con la realtà documentale fornita dalle ossa.

Un gruppo di ricerca, formato da esperti con diverse competenze disciplinari in ambito storico, chimico, fisico e medico legale, ha eseguito la ricognizione e l’esame antropometrico del corpo, che è stato sottoposto a Tac, ad analisi di laboratorio e ad indagini radiografiche.
Gli esami hanno confermato quanto tramandato dalle fonti: al momento del decesso Ambrogio aveva un’età di circa 60 anni ed era alto mt. 1,68; lo scheletro presentava una frattura alla clavicola destra e una decisa asimmetria del volto, forse legata a un trauma, ben visibile anche nel famoso ritratto a mosaico presente nel sacello di S.Vittore in Ciel d’oro.