In un cimitero di campagna

di Paola Redemagni

Una volta qui era tutta campagna. Nei campi si coltivava il granturco e in estate le foglie scrocchiavano quando si scartavano le pannocchie. In piazza si teneva il mercato del bestiame e i sensali combinavano le vendite e i matrimoni. A bere si andava all’osteria che da queste parti si chiamava ‘Topodromo’, perché si scommetteva sulla velocità con cui i topi attraversavano la sala.

Nel piccolo cimitero non entravo da più di trent’anni. Ci venivo con mio padre, il sabato, prima di raggiungere la stalla dei cugini per giocare con il vitellino nuovo, o il mulino, per perdermi nell’orto della zia pieno di angolini nascosti – il tavolino sotto il pergolato, la vasca da bagno con i pesci e le ninfee bianche e rosa, le due grandi voliere con i canarini, il primo banano mai visto da questa parti – e dove mangiavo le fragole direttamente dalle piantine.

Un grande cancello di ferro separava quel piccolo mondo dall’esterno. Sui muri erano ancora infissi gli anelli in ferro a cui un tempo si legavano i cavalli, un pergolato di uva fragola ombreggiava il grande varco della porta carraia. Nell’androne si apriva la sala con le stadere arrugginite appese alle pareti e grandi sacchi di iuta tutti intorno, in cui affondare le mani per giocare con i chicchi di granoturco, i semi di girasole, di orzo, di farro. Nel canale restavano ancora le grandi ruote del mulino, ferme. Un ponte coperto in legno malconcio sovrastava le chiuse e il salto d’acqua che un tempo muoveva le ruote. Vi si accedeva da una porticina nascosta nei magazzini ed era facile fingere che fosse un passaggio segreto verso un mondo magico.

(Cimitero di P., cappella di famiglia, Foto dell’autrice)

Ho ritrovato la zia mentre uscivo dal cimitero costeggiando le cappelle in pietra e mattoni che certamente costituivano la parte più pregiata del vecchio camposanto, a loro modo semplici e dignitose: simili a chiese in miniatura con i loro portoni dalle colonne tortili e i capitelli intagliati, gli archi in cotto, le lunette decorate e il nome della famiglia sopra il cancello in ferro battuto.

Non ricordavo il cognome da sposata ma quello inciso sopra la porta mi diceva qualcosa. Il piccolo cimitero era deserto. Ho scostato l’anta in vetro giallo che protegge l’interno da sguardi indiscreti, scoprendo una cappella dai colori vivaci : un piccolo altare in pietra addossato alla parete di fondo, vasi di fiori sulla mensa, una semplice croce in pietra bruna dietro cui splende un sole gioioso dai raggi sinuosi. In alto, sopra la parete rossa e ocra decorata con nastri e volti di cherubini,. due angeli dipinti inginocchiati e vestiti di azzurro, reggono una ghirlanda di fiori. Sopra di loro, la scritta Pax.

(Dettaglio degli angeli inginocchiati. Foto dell’autrice)

Non li ha dipinti un artista ma di un artigiano onesto e dal mestiere solido, qualcuno a cui ci si affida con la certezza di un lavoro ben fatto, che non fa sfigurare alla domenica quando la gente del paese va a trovare i suoi morti. Nei paesi il riposo eterno è una faccenda seria.

Ho lasciato scorrere lo sguardo sui riquadri bianchi e neri dei loculi sulle pareti laterali per conoscere gli abitanti di quel luogo e con sorpresa ho incontrato gli occhi della zia. Era lei. E intorno a lei tutti quelli di cui conservavo il ricordo e che nella mia memoria si muovevano ancora nel grande salone del mulino.

Ho pensato che quella cappella sconosciuta che vedevo per la prima volta assomigliava davvero alla mia famiglia: gioiosa, serena, semplice, dignitosa.

Prima di andarmene ho richiuso l’anta di vetro giallo a proteggere la quiete di quelli che ora appartengono a un tempo che scorre diversamente, cercando di non pensare, mentre mi avviavo all’uscita, al brutto cinema e al centro commerciale che hanno preso il posto dei campi di granoturco della mia infanzia.