Attilio Ferraris, il Leone di Highbury (Cimitero del Verano)

di Paola Redemagni

A colpirmi non è stato il monumento: un sarcofago in pietra sospeso su basse colonne quadrate e scanalate, decorato con due lampade votive in bronzo che richiamano il tema della luce eterna e il monito evangelico a mantenersi vigili, in attesa dell’imprevedibilità dell’ultima chiamata (leggi anche: Simbolo – fuoco. Splenda ad essi luce perpetua).  

Non è stato il nome Attilio Ferraris, riportato a rilievo in lettere in pietra sopra la foto del giocatore in divisa: dal momento che il mio interesse nei confronti del calcio è inesistente, non mi è noto. Parto da Mazzola e Rivera, conosco Maradona e Totti e lì mi fermo.

Sotto la foto del giocatore in divisa una scritta chiarisce: Attilio Ferraris – campione del mondo. 1904 – 1947. A mia parziale discolpa posso dire che sono nata dopo.

Ad attirare la mia attenzione è stata invece una seconda iscrizione, sul portavaso in pietra: Campione autentico e di razza è caduto sul campo di gioco, riarso dal fuoco sacro del suo generoso spirito agonistico e gladiatorio. Nella sua memoria le future generazioni degli atleti d’Italia trarranno l’incitamento e seguiranno l’esempio. La moglie e i parenti.

L’accenno alla morte sul campo di gioco la rendeva interessante.

Ancora più sorprendente il piccolo bassorilievo frontale: ritrae un giocatore a terra, in divisa da gioco e col pallone ancora accanto al piede. Sembra tenersi un ginocchio dopo lo scontro con un avversario, più sconfortato che dolorante: nulla di paragonabile alle sceneggiate a cui siamo abituati oggi.

È sorprendente, perché chi ha scelto di ritrarre quello che sembra un episodio calcistico banale, in realtà ha rivelato una conoscenza approfondita della storia dell’arte, scegliendo un esempio famoso ma per nulla scontato: la statua del Galata morente, oggi ai Musei Capitolini di Roma.   

(Ricostruzione del Donario di Pergamo)

Si tratta di una replica romana realizzata in marmo fra il 60 e il 40 a.C. circa, di una delle sculture in bronzo che decoravano il cosiddetto ‘Donario di Pergamo’: l’altare votivo eretto sull’Acropoli della città asiatica dal re Attalo I, per celebrare la sua vittoria sui Galli che assediavano Pergamo tra III e II sec. a. C. Faceva parte dell’opera anche il gruppo del Galata suicida, conservato oggi al Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, a Roma.

Si tratta di sculture ricche di pathos, che celebrano il dolore, il coraggio e il valore dei guerrieri che non si piegano alla sconfitta e vengono onorati nella morte. Il Galata soffre per la sconfitta subita, non solo per la ferita mortale; la posa del corpo, la tensione dei muscoli raccontano il tentativo di rialzarsi per tornare a combattere, il desiderio di non arrendersi anche quando il corpo non risponde più.

(Roma, Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps. Galata morente by © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53933962)

Una scelta che ben si adatta alla figura di Attilio Ferraris, che infatti aveva come soprannome quello di “Leone di Highbury”.

Nato a Roma il 26 marzo 1904 in una famiglia di origine piemontese, è stato un calciatore italiano con ruolo di mediano e uno dei protagonisti della vittoria della Nazionale italiana al campionato mondiale del 1934.

Cresciuto sportivamente nella Fortitudo Pro Roma, nel 1927 passa a giocare alla AS Roma: la squadra in cui la Fortitudo confluisce insieme con altre due società – l’Alba Audace e la Roman – per dare origine a un’unica grande squadra per la Capitale.

Attilio Ferraris diventa presto una bandiera della Roma, passando la quasi totalità della carriera sportiva nella società. Molto amato dai tifosi per il carattere esuberante e la generosità in campo, nella vita privata amava le belle donne, il fumo e il biliardo. 

Forse anche a causa degli stravizi morì presto, a soli 43 anni, l’8 maggio 1947: stroncato da un infarto mentre giocava una partita tra amici a Montecatini, dove viveva.