
di Paola Redemagni
Le tombe più simpatiche che ho incontrato finora nel corso dei miei studi sono sicuramente quelle “a funghetto” nella necropoli etrusca di Tarquinia.
In realtà si tratta di custodie in pietra provenienti dalla vicina necropoli di Villa Bruschi Falgari, nei pressi della via Aurelia, che accoglieva oltre 200 sepolture: sono costituite da un contenitore di forma cilindrica e da un coperchio a calotta in pietra di nenfro. Erano destinate a proteggere i resti dei membri più importanti della comunità che viveva poco distante, in località Infernaccio: una collina posta a controllo del territorio e delle vie di comunicazione verso il mare.
Si trattava del primo insediamento che avrebbe poi dato vita alla splendida città etrusca di Tarquinia, la prima a essere fondata fra tutte le città etrusche (per saperne di più: Necropoli etrusca di Tarquinia).

La necropoli dell’Infernaccio risale alla prima età del ferro (tra il 1020 e il 750 a.C.). Qui le tombe erano disposte in parte su lunghe file regolari, in parte aggregate, per mantenere anche visivamente i legami familiari che avevano unito il gruppo in vita.
I rituali funebri erano complessi e dipendevano sia dall’età e dal sesso del defunto, sia dalla sua posizione sociale all’interno della comunità. Contrariamente a quanto avveniva presso altri popoli antichi, gli Etruschi praticarono per tutta la durata della loro civiltà sia l’incinerazione che l’inumazione. Tuttavia, nel periodo più antico – corrispondente proprio all’età del Ferro – prevaleva la pratica dell’incinerazione.
Il defunto veniva bruciato su una pira, le ossa venivano poi raccolte, talvolta lavate, frantumate e poste in un’urna cineraria. Altrove, l’urna era modellata in modo da riprodurre l’aspetto di una casa ed è anche grazie alla loro forma che è stato possibile ricostruire quella delle abitazioni etrusche più antiche. (vedi anche: Un cuore, una capanna).

A Tarquinia, invece, il cinerario è sostituito da un’urna a una sola ansa di colore nero, riccamente decorata e chiusa da una scodella o, in alcuni casi, dalla riproduzione di un elmo da guerriero. Intorno all’urna veniva posta una collana di anelli in bronzo.
Talvolta, una stoffa adorna di piccoli oggetti in osso e bronzo veniva avvolta intorno all’urna. Questa veniva poi sepolta all’interno di una buca scavata sul fondo di una fossa circolare, insieme ai piccoli vasi di corredo utilizzati durante la cerimonia funebre.
Sono stati ritrovati anche resti di incensieri, fibule, resti di collane in ambra e in vetro, braccialetti a spirale, conchiglie, che testimoniano il ceto sociale elevato di queste sepolture.
Sopra l’urna veniva infine versata una parte delle ceneri provenienti dal rogo. Così preparato, il pozzetto veniva sigillato con una lastra in pietra e la fossa riempita con terra e sassi.

In corrispondenza della tomba, un segnacolo posto sul terreno ne permetteva il riconoscimento.
Le custodie in pietra provenienti dalla necropoli dell’Infernaccio oggi sono esposte all’interno di un recinto che accoglie il visitatore all’ingresso della necropoli di Tarquinia e costituiscono un prologo, anche cronologico, alle tante tombe a camera costruite a partire dal settimo secolo a.C. che con i loro affreschi restituiscono uno scorcio della vita, degli usi, della religiosità di quella che fu una delle città più grandi, fiorenti e potenti dell’antichità, protagonista delle vicende politiche nella penisola italica e nel Mediterraneo: l’antica Tarchuna. (Tomba dei Leopardi (Necropoli etrusca di Tarquinia)