Renato Brozzi e la Vittoria di Casarano. Un monumento tribolato da Parma al Salento – 1

Di Giancarlo Gonizzi, progetto “Città della memoria”, ADE SpA Cimiteri di Parma

     08. Grossi 012 - Casarano

   Il Monumento ai Caduti di Casarano (Foto G. Gonizzi).

Mille monumenti per una guerra

La Prima Guerra Mondiale, oltre al carico di sangue e miserie che si portò appresso, segnò in modo deciso il passaggio di un’epoca, lasciandosi alle spalle lo spirito positivistico che aveva animato gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

L’immane lotta incise fortemente nella costruzione di un immaginario popolare collettivo, sia attraverso la celebrazione degli atti di eroismo, sia attraverso la rappresentazione dei Caduti voluta da una “campagna monumentale di massa”, rimasta insuperata nel tempo sia per numero che per qualità degli interventi, che contribuì «a fissare materialmente sulle piazze d’Italia la memoria e l’iconografia di quello che si potrebbe chiamare il culto postumo della Grande Guerra»[1].

«Nel clima agitato del primo dopoguerra italiano, […] la glorificazione del soldato caduto rappresenta un momento di autoglorificazione nazionale, che “soddisfa[2] l’orgoglio dei reduci e consola lo sgomento della vedova e dell’orfano”»[3].

Seguendo una prassi ormai consolidata in tutto il territorio nazionale, la costruzione dei monumenti ai Caduti avveniva al di fuori della burocrazia amministrativa pubblica, attraverso la costituzione di Comitati promotori – organismi di natura privata finalizzati alla raccolta dei fondi necessari – attraverso iniziative, fiere, lotterie, vendita di cartoline commemorative, e alla scelta degli artefici – imprese, architetti e scultori – chiamati alla realizzazione delle opere che, una volta ultimate e inaugurate, venivano “consegnate” alla Pubblica Amministrazione che ne diveniva titolare a tutti gli effetti.

[1] M. ISNENGHI, Alle origini del 18 aprile: miti, riti, mass media, in “Rivista di storia contemporanea” 1977, n. 2, p. 218.

[2] C. CRESTI, Metafisica del provinciale: l’Italia dei monumenti ai Caduti, in La metafisica: gli anni Venti, a cura di R. BARILLI – F. SOLMI, Bologna, Grafis, 1980, p. 708.

[3] A. MAVILLA, L’arte a Parma negli anni Venti: monumentomania, futurismo e Déco, in Le due città: Parma dal dopoguerra al fascismo (1919-1926), Parma, Silva per Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, 2008, pp. 153-165.

English abstract

With the end of the hostilities of World War I, which caused an extremely high number of casualties, the phenomenon of turning war heroes into mythological figures took place, resulting in the erection of numerous monuments to the fallen in a great many Italian towns.

There were also many artists – often personally involved in military action – who were called upon to witness to the valor of Italian soldiers through their art. In the monumental cemetery of Parma, the tomb of Mario Grossi (1894-1918) can be found, a lieutenant of the 268th Infantry Regiment, fallen in June 1918 on the front of the River Piave to whom sculptor Renato Brozzi (1885-1963) dedicated a very particular monument: the winged Victory standing on a column in memory of the soldier was a small scale “rough draft” for what became the war memorial in the town of Casarano, in the province of Lecce.

The smaller statue, now lost, depicted a winged Victory in the act of crowning the Fallen. With her right hand stretched out at the top with a curved arm she holds a laurel palm, while in her lowered left hand she holds an oak branch”. The work, still present in its monumental version in Casarano, is very similar to the solutions adopted in the most famous “angular Victory” modeled by Brozzi for the Town Hall in Traversetolo (PR) in 1923 and for the one placed by Gabriele d’Annunzio (1863-1938) on the bow of the ship Puglia at the Vittoriale in 1929.

For curious reasons related to this story, this decorative element of an individual burial became the subject matter of a collective monument strongly desired by the community of Casarano and was inaugurated on May 18, 1929. An exemplary story in which art and piety mingle to give dignity to the topic of death.

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