
di Paola Redemagni
Sono stato garzone di argentiere e apprendista per un integliatore del legno, allievo prediletto di Lorenzo Bartolini a Firenze e scultore di fama. Nella mia città, Genova, ho insegnato per ben 47 anni all’Accademia Ligustica di Belle Arti, diventando il punto di riferimento per un’intera generazione di artisti. Sono stato collezionista, studioso di arte antica e autore di testi: nella mia casa-museo a Genova ho raccolto ogni genere di oggetto d’arte e di reperto archeologico: marmi antichi, calchi in gesso, disegni, armi, monete, vasi e miniature.
Sono stato ritrattista ufficiale di Casa Savoia e ho avuto una lunga carriera coronata da molte onorificenze, tra cui la nomina a Commendatore della Corona d’Italia nel 1881.

Le mie sculture decorano le chiese e le piazze di Genova, la chiesa dell’Annunziata, la Concezione dei Cappuccini. Sono mie la Prudenza del monumento a Colombo, la statua di Emanuele Filiberto al Palazzo Reale di Torino, la tomba della regina Maria Teresa alla basilica di Superga, la facciata del Teatro Comunale di Savona.
Ho creato sculture pubbliche e private, e monumenti funebri, tanti: solo a Staglieno sono più di quaranta. Ma quella per te, Giuditta, quella avrei voluto non farla.
Sei volata via troppo presto, una mattina di giugno del 1873: dopo tanto patire. Ti ho visto spegnerti poco a poco, ogni giorno un po’ di più: mancava il tuo passo leggero nei saloni di casa, le stanze si facevano silenziose, mancava il tuo sorriso ed io che ero già vecchio mi chiedevo il senso di tanto patire.

Avevo già sepolto Anna, non potevo rinunciare anche a te che eri così giovane. Nel momento di massimo sconforto ho ripensato al mio maestro, Lorenzo Bartolini, che per la marchesa Rosina Trivulzio Poldi Pezzoli aveva scolpito una statua che parlasse di abbandono nella fede dopo il lutto. Sono partito da qui, da questa giovane nuda, seduta, con le mani giunte in atteggiamento devoto: la Fiducia in Dio.

Ti ho ritratta giovane, come sarai per sempre nei miei ricordi, perché il tempo non potrà toccarti. Ti copre una veste umile e leggera, senza ornamenti, per ricordare la tua semplicità. Sensuale quanto basta ma senza malizia, per ricordare a tutti che eri mia moglie e ne ero orgoglioso. Solo i capelli a incorniciare il bel viso e una corona di fiori. Le mani giunte accanto al viso: rassegnazione, preghiera o ultimo addio. Accanto a te ho posto il giglio spezzato della giovinezza pura che il tempo non potrà corrompere e sulle tue ginocchia un cagnolino, simbolo di quella fedeltà che tu hai avuto per me. Un cagnolino per non lasciarti sola, perché il marmo è freddo e la morte oscura. Un cagnolino per ricordare il calore della nostra casa.

Ora sei una creatura fuori dal tempo e chi passerà da qui si ricorderà di te, Giuditta Disegni, e di me Santo Varni, che ti ho amata.
Affido al marmo il mio sconforto:
Godi in Dio / pace e premio del lungo e virtuoso patire / o Giuditta / che vivendo di fede di preghiera d’affetto / era all’afflitto consorte Santo Varni / sollievo nelle amarezze ispiratrice amorosa / nel culto dell’arte. / Deh! L’immagine del tuo casto sorriso / la ricordanza delle sante parole / che proferivi morendo / spargano un raggio di luce / nella solitudine in che mi lasciasti. / Mancò nel mattino del XXVII (27) giugno MDCCCLXXIII (1873).
Ti raggiungerò fra pochi anni.
Santo Varni (Genova, 1807 – 1885)